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Tinariwen Live al Carroponte

La ribellione dei Tuareg a colpi di blues
di Giacomo Baroni
01 Agosto 2016
Portata dal vento, la sabbia del deserto può percorrere distanze straordinarie, arrivare a depositarsi a migliaia di chilometri dal suo luogo d’origine. Allo stesso modo, la musica dei Tinariwen – che nella lingua dei Tuareg significa appunto “deserti” – sembra plasmata dal soffio dell'Harmattan, il vento che spazza il Sahara del Mali, spintosi fino alle distese degli Stati Uniti. Chi era al Carroponte di Sesto San Giovanni la sera del 28 luglio, ha potuto assaporare il blues dei Tuareg, l’“Assouf” (termine che ha un significato simile a “perdita”, “struggimento”, “nostalgia”). Un amalgama nel quale si fondono i più vari elementi della musica dell’Africa Subsahariana, di quella araba e del rock-blues. I Tinariwen eseguono una ventina di brevi brani, bilanciati con naturalezza tra ritmi contagiosi e ostinati, canti ricchi d’enfasi e incisivi riff di basso e chitarra.
 
C’è tanta storia in questa musica: una parte arriva immediatamente al pubblico, rievocata nei suoni presi in prestito dalle melodie berbere, da quelle degli “Uomini Blu” e dalle canzoni dei griot, dalle sonorità partite dall’Africa, arrivate in America, lì germogliate nel rock e nel blues per poi tornare nuovamente indietro. Un gioco di scambi a doppio senso che porta alla luce cardini comuni a tutte queste influenze.
 
Un’altra parte, la più importante, si può invece solo intuire: è la testimonianza dell’esilio e della povertà, della lotta per l’indipendenza, la libertà e un’identità culturale, raccontata da un gruppo di musicisti che ha tra le sue fila dei veri ex guerriglieri. Il magazine statunitense Slate si era riferito a loro come “ribelli del rock’n’roll la cui ribellione, per una volta, non è solo metaforica”, e negli anni ’90 le canzoni dei Tinariwen avevano dei testi talmente influenti che il governo ne aveva proibito l’ascolto alla popolazione, e le loro cassette venivano scambiate in segreto. L’ostacolo linguistico è comunque ovviamente troppo forte, i brani nascono per parlare ai giovani connazionali e sono tutti in Tamashek, la lingua dei Tuareg. Le poche parole che giungono dal palco sono ringraziamenti in francese e in una specie di italo-spagnolo. Quando però pubblico e musicisti diventano un tutt’uno, nei movimenti trascinati dalle pulsazioni di brani fortemente fisici e contagiosi, un messaggio sembra passare chiaramente: quello di uguaglianza, libertà e fratellanza; un tema molto caro ai Tinariwen, soprattutto in un periodo nel quale questi valori sono continuamente messi a rischio, nel mondo dell’Islam tollerante al quale loro appartengono e nell’Europa toccata dal terrorismo. Un messaggio importante, di solidarietà e distensione, che ha accompagnato tutto il concerto dei Tinariwen; la band che nella sua musica porta il soffio benefico del deserto; di quell’Harmattan che i Tuareg chiamano “Il dottore”.