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Steven Wilson

Londra, Royal Festival Hall
4 marzo 2013
Un grande concerto dopo un grande disco. In attesa della data di fine marzo a Milano...
Di Chiara Felice
11 Marzo 2013

«I don’t exactly have any fucking hits, do I?» («Non ho un fottuto hit, giusto?»), esplode Steven Wilson durante quella che molti presenti ricorderanno come una serata memorabile. E come dare torto al lavoratore indefesso Steven? Effettivamente non è ancora riuscito ad avere la sua Wish You Were Here, non in termini di vendite almeno. Già, perché i tentativi di dare vita a un brano nel quale potessero confluire in perfetta armonia tutte le convergenze astrali sono stati molteplici, attraversando sia la sua band primaria, i Porcupine Tree (Lazarus, per citarne uno), che i suoi progetti solisti (Deform To Form A Star); per non parlare dei suoi album con Aviv Geffen – fortemente influenzati da costruzioni più marcatamente pop – e di quelli usciti a nome No-Man, scritti a quattro mani con Tim Bowness. Insomma, la lista dei potenziali hit sarebbe infinita e si può affermare che Wilson continui a lavorarci su. Ma a modo suo, come ha sempre fatto.

Nel frattempo si accontenta di un ulteriore passo in avanti, oltre che grande motivo di soddisfazione: suonare in uno degli spazi più interessanti di Londra, la splendida Royal Festival Hall. L’attesa per la presentazione del suo ultimo lavoro in studio, The Raven That Refused To Sing è molto alta e già poco meno di un anno fa Wilson aveva regalato ai presenti dello Shepherd’s Bush Empire un piccolo “assaggio”, deliziando tutti con la travolgente Luminol, pezzo che dal vivo ha sempre superato i dodici minuti della versione in studio e che a livello di arrangiamenti è un vero e proprio sublime e personale riassunto della parte raggiante del progressive anni ’70. Un brano mozzafiato che non si limita d essere un mero esercizio di stile.

La bravura di Steven Wilson è sempre stata quella di esser riuscito – soprattutto nei suoi progetti solisti – a contornarsi di musicisti dall’ottima tecnica, ma alla quale sono in grado di aggiungere un’altrettanta dose di animo: ed è così che la musica riesce a prendere vita. Marco Minnemann alla batteria continua ad essere una conferma, mai scontato e soprattutto mai sopra le righe; grande classe e uno stile che sarebbe stato sicuramente sprecato se fosse riuscito a entrare nei Dream Theater (era uno dei tantissimi che aveva partecipato alle selezioni). Un apporto fondamentale continuano a darlo i fiati di Theo Travis (Robert Fripp, Soft Machine Legacy e altri) in grado di tessere tessiture estremamente semplici nella loro ricercatezza (Drive Home), ma anche altrettanto puntuale nel determinare svolte incantevoli con i suoi cambi di tempo che richiamano alla mente il suo background jazz (The Holy Drinker). Per restare in ambito jazz alle tastiere troviamo Adam Holzman, essenziale per il suo apporto al lavoro in studio e praticamente impeccabile dal vivo: splendida la sua introduzione a Deform To Form A Star, vero e proprio volo pindarico in completa antitesi con l’atmosfera del brano. Nick Beggs al basso resta una conferma, mentre alla chitarra arriva Guthrie Govan, musicista dalla notevole tecnica che ha dato un apporto determinante al disco, ma che dal vivo in diversi passaggi tende ad eccedere con gli esercizi di stile fini a se stessi. Il grande estro di Wilson sta nel riuscire a trovare una linea melodica chiave e poi, in un secondo tempo, lavorare sul suo sviluppo; il tema che ne costituisce l’ossatura è estremamente semplice e così il lavoro che si deve portare avanti – paradossalmente – diventa ancora più difficile perché inserirci un giro di scale suonate a velocità quasi inumana sarebbe un lavoro troppo facile. In questo trabocchetto Govan ci è cascato diverse volte durante la serata, su tutte, il bis dedicato alla porcupiniana Radioactive Toy.

Sono ormai diversi anni che Wilson si dedica ai remissaggi di band cardine della scena progressiva e da alcuni suoi precedenti lavori questa influenza “involontaria” era iniziata ad emergere. In The Raven That Refused To Sing sembra essere esplosa tutta la sua conoscenza sulla materia, con una personale rielaborazione che lo porta ad essere senza ombra di dubbio il suo lavoro solista più bello e affascinante. In questo caso le convergenze astrali hanno dato i loro frutti e la possibilità di poter ascoltare il disco dal vivo deve essere colta senza ombra di esitazione.

Foto di Chiara Felice