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Rufus Wainwright

Londra, HMV Hammersmith Apollo
18 novembre 2012
Prima conquista il pubblico londinese con la qualità delle esecuzioni. Poi lo stravolge con pantomime kitsch
Di Giulio Nannini
21 Dicembre 2012

Prima conquista il pubblico londinese con la qualità delle esecuzioni. Poi lo stravolge con pantomime kitsch

Non è stato soltanto un concerto di Rufus, ma qualcosa di più. A partire dai set che lo hanno preceduto, ben due: l’esibizione voce e chitarra acustica di Teddy Thompson, cantautore britannico figlio di Richard che in passato aveva già lavorato con Rufus nella colonna sonora del film Brokeback Mountain, e di Adam Cohen, figlio di Leonard e fratello di Lorca, che – come spiegherà Adam in un ironico dialogo col pubblico – ha portato in grembo Viva, figlia di Rufus e del marito Jörn Weisbrodt. Entrambi torneranno sul palco per interagire con il resto dello show.

L’apertura è affidata a tre brani dell’ultimo Out Of The Game (eseguito quasi integralmente, ben 9 pezzi su 12). Si parte con una versione a cappella di Candles, per poi passare a Rashida e Barbara. Se per il precedente tour, quello dell’album All Days Are Nights: Songs For Lulu, era da solo al pianoforte, il nuovo Rufus è in piedi davanti al microfono, canta ma non suona (lo farà solo in alcuni momenti dello spettacolo), vestito di giallo e con occhiali da sole neri. La scenografia è minimalista: un fondale con le iniziali RW e cambi luce d’atmosfera. Accompagnato da una solida band che non sbaglia un colpo (basso, batteria, chitarra, tastiere e due coriste), ci proietta nel mondo sonoro che per l’ultimo album gli ha cucito addosso il produttore Mark Ronson (quello di Amy Winehouse), rendendolo meno barocco e più – per usare le sue parole – «danceable».

Seguono tre brani del passato, April Fools, The One You Love e Grey Gardens. Qui Rufus si alterna fra chitarra acustica e pianoforte, per poi lasciare spazio a un omaggio a sua madre, la cantautrice Kate McGarrigle, scomparsa tre anni fa. Ed è qui che lo show prende una piega meno autoreferenziale e più da “evento”. Teddy Thompson torna sul palco per la cover di Saratoga Summer Song, mentre la corista Krystle Warren reinterpreta magistralmente I Don’t Know. A sottolineare il forte legame con la famiglia, Rufus non dimentica di segnalare l’uscita del nuovo disco della sorella Martha e – dopo Respectable Dive (dedicata al marito), Cigarettes And Choccolate Milk, Out Of The Game, Jericho e Perfect Man (ripresa dopo l’inizio cantato in un’altra tonalità) – torna a omaggiare i suoi: con One Man Guy del padre, il folksinger Loudon Wainwright III. Subito dopo, l’omaggio fra padre e figlio tocca anche la famiglia Cohen, con una applauditissima Everybody Knows e Adam nuovamente sul palco. Si ritorna alle canzoni e al pianoforte di Rufus, con The Art Teacher, Going To A Town, Montauk (unico brano con inserti elettronici) e 14th Street. Il pubblico è trasversale: la percentuale di omosessuali è alta, ma ci sono anche signore di mezza età ammaliate dal carisma e dal canto di un artista dalla notevole capacità di scrittura.

La chiusura è un singolare bis in cui viene inscenata una pantomima dal gusto teatrale: Adam Cohen, travestito da Cupido e sulle note di Old Whore’s Diet, persuade Rufus a tornare in scena. E lo fa a modo suo: travestito anche lui, da Apollo (brillantini e parrucca con biondi boccoli), cantando Bitter Tears mescolandosi fra il pubblico, invitandolo a unirsi a lui in un trenino e portando alcuni spettatori sul palco. Poi arriva un sandwich gigante, simbolo fallico al quale Rufus non resiste. E Cupido lo punisce per i suoi peccati. Ma lo fa subito resuscitare per la conclusiva canzone-manifesto Gay Messiah. Rufus si toglie i panni del singer-songwriter e si lascia andare a una baracconata un po’ kitsch. È come se questo lato di sé proprio non riuscisse a reprimerlo. Nemmeno sul palco. Rufus è anche questo.