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Rolling Stones

Londra, O2 Arena
25 e 29 novembre 2012
Gli Stones resistono. E nelle due serate londinesi puntano tutto sulla musica, senza effetti speciali
Di Marco Rossetti
21 Dicembre 2012

Preceduti da una spasmodica quanto incerta attesa e, una volta confermati, da veementi polemiche per la vergognosa politica di vendita dei carissimi biglietti, viene finalmente l’ora dei due concerti per i 50 anni della «greatest rock’n’roll band in the world».
Un mese di prove a Parigi, un paio di secret gigs per poche centinaia di fortunati sempre nella Ville Lumière e Sir Mick e compagni sono pronti per il grande ritorno, dopo cinque anni, sul palco della O2 Arena.

Il kick off del primo concerto, con un leggero ritardo sulla tabella di marcia, è una canzone... dei Beatles, I Wanna Be Your Man, incisa dagli Stones nel 1964, vede sul palco i quattro Stones più i soli Chuck Leavell alle tastiere e Darryl Jones al basso. Si capisce che sarà la musica a catturare interesse e non gli allestimenti quasi circensi ed eccessivi dell’ultimo tour. Chitarre up front, suoni potenti e decisi, spot a seguire i musicisti fanno subito dimenticare le perplessità sulle condizioni della band: gli Stones ci sono, eccome. Il più sorprendente e forse più atteso è Keith Richards e bastano due canzoni per farci capire che, semmai ci fosse stato bisogno di altre conferme, è la sua band. No Keith no Stones. Felino nei movimenti, pochi, spesso di fianco a Charlie Watts, è attento, guardingo, padrone assoluto, un vero dominatore. E che unghiate, che zampate, che ruggiti poderosi fa partire dalla chitarra. Suona come da troppo tempo avevo desiderato sentirlo, da grande e scafato  musicista, gigante del blues e del rock’n’roll. E canta pure bene: i suoi due numeri, Before They Make Me Run e la classica Happy, sono molto convincenti in entrambe le serate. Da sottolineare l’attacco poderoso di Midnight Rambler, un’intro di Gimme Shelter che era ora, una Sympathy For The Devil suonata, ehm, da dio, la semplicità e il cuore di Champagne & Reefer, l’autorevolezza dei riff di Honky, Start Me Up, Brown Sugar, Jumpin’ Jack Flash, la potentissima Satisfaction a ribadire che il rock’n’roll passa da lui.

E che dire di Mick Jagger? È sempre Mick Jagger. A quasi 70 anni canta, balla, salta, intrattiene come se il tempo si fosse fermato ai tempi degli esordi, nei pub di Ealing, di Richmond o al Marquee. Sorretto da una band così in palla è libero e sicuro di gigioneggiare, si destreggia agevolmente fra la delicatezza di Wild Horses e Lady Jane e la potenza di Gimme Shelter dove divide il microfono con Mary J. Blige la prima sera e Florence Welch (di Florence & The Machine) la seconda. In due ore e mezza non un attimo di cedimento, sempre a regimi altissimi, mai sopra le righe. Non ce n’è, è il frontman per eccellenza, il migliore. È Mick Jagger. Punto.

Seduto dietro la sua vecchissima batteria Charlie Watts swinga con classe, va di spazzole o pesta deciso le pelli, non perde una battuta, tira “indietro”, a creare quel groove, con Richards, Wood e Jones, rotondo, mai fuori giri, come il motore di una moto vintage che quando l’accendi tuona e prende a girare. Immarcescibile, dal sorriso imperscrutabile, il soprannome Mona Lisa non è a caso, è sempre lì sebbene detesti essere in tour, non molla mai. E Ron Wood, l’eterno new boy, spalla perfetta di tutti, sempre a suo agio, cialtrone quanto basta, concentrato a intessere trame chitarristiche con il sodale Richards, si fa sentire in particolar modo con lo slide di I Wanna Be Your Man e All Down The Line, nella sublime ed eterea Lady Jane suonata acustica, con la lap steel a supporto della Happy di Richards, con la chitarra sitar shaped a contrappuntare il riff di Paint It, Black. Indirizzati a lui gli applausi per You Can’t Always Get What You Want che non fa rimpiangere le eccitanti versioni dei 70s (spettacolare l’intro con il London Choir, proprio come l’originale). È presente anche quando deve lasciare spazio ai chitarristi ospiti, Jeff Beck la prima sera in Goin’ Down ed Eric Clapton la seconda in Champagne & Reefer, con il suono grosso, rotondo e corposo della Les Paul, scelta inusuale per lui, abituati a sentirlo suonare la sua vissuta e sverniciata Stratocaster del ’54. Penso che anche lui abbia preso casa al crocicchio, di fianco a quella dell’amico Richards... Bravi anche i sidemen, Chuck Leavell, direttore musicale aggiunto, e Darryl Jones, in evidenza specialmente su Miss You. I cori sono appannaggio di Bernard Fowler e Lisa Fisher, i fiati di Bobby Keys e Tim Rice.

Sorpresa annunciata la presenza sul palco di Mick Taylor e Bill Wyman, membri storici che hanno contribuito alla leggenda Rolling Stones. Taylor, forse intimorito dal ritrovare sul palco i vecchi compagni, non convince pienamente la prima sera su Midnight Rambler ma, sistemati due dettagli, la seconda sua performance ci riporta indietro a deliziarci con un tocco sopraffino e mai superato. Da pelle d’oca, finalmente. E Bill Wyman, chi lo ammazza? Settantasei primavere, viene chiamato sul palco per It’s Only Rock’n’Roll e Honky Tonk Women. Non è in pigiama stasera, sembra non si sia mai allontanato dalla band, distilla con gran classe poche, semplici note ed eleganti linee di basso a riformare, con Watts, l’altra metà del cielo stonesiano. Che meraviglia.

Tra gli ospiti, Jeff Beck ha rappresentato l’unica nota stonata di due concerti eccezionali: la sua cascata di note a volume esagerato poco aveva a che fare con i suoni della band che l’ospitava, mentre la Blige coraggiosamente si è cimentata in Gimme Shelter per una versione quantomeno particolare. Più in linea sia Eric Clapton, puntuale con l’assolo à la Buddy Guy in Champagne & Reefer, sia Florence Welch, per nulla intimorita nello spalleggiare il divertito Jagger in Gimme Shelter.
Palco perfetto, a richiamare la loro linguaccia, suono ottimo, atmosfera delle grandi occasioni, applausi scroscianti e sorrisi divertiti alla fine. Un grande ritorno, aldilà di ogni più rosea aspettativa. C’erano molti ma e se, eppure una volta saliti sul palco non c’è stato alcun dubbio: sono tornati e non per caso. Avevano qualche cosa ancora da dirci? Forse no, ma ce l’hanno comunque detta a gran voce, sfrontati e irriverenti. Personalmente mi hanno “fregato” un’altra volta, non ci avrei scommesso due lire e invece avrei dovuto puntare grosso. Dopo tutto Tumblin’ Dice l’hanno scritta loro, non io.