Tu sei qui

Glen Hansard

Milano, Limelight
20 febbraio 2013
Quasi tre ore di esibizione e un’attitudine da busker per uno dei concerti più belli degli ultimi tempi
Di Massimo Carlucci
04 Marzo 2013

Un busker. Un musicista di strada. Con la chitarra bucata e consumata. E la custodia aperta a raccogliere le monete dei passanti. Questo è stato, è e rimarrà per sempre Glen Hansard. Nonostante il successo e la fama. Come in The Commitments di Alan Parker. Come il protagonista del film Once, da lui interpretato nel 2006 e che gli ha permesso di vincere un Oscar per la miglior canzone con Falling Slowly. È questa la verità che emerge dalla data milanese del tour del cantautore irlandese.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dall’inizio. Arrivo al Limelight – discoteca milanese scelta un po’ a sorpresa per ospitare l’evento – verso le 20.30, giusto in tempo per vedere salire sul palco Lisa Hannigan, storica collaboratrice e seconda voce di Damien Rice, questa sera in versione opening act. C’è la migliore tradizione irlandese nella sua impostazione di musicista e cantante, e la sua voce riesce a ipnotizzare e far rimanere in silenzio un pubblico numeroso ed eterogeneo, compresi i tanti bambini presenti in sala.

Il clima di empatia e di intimità viene solo temporaneamente interrotto dal boato che, verso le 21.30, saluta l’arrivo di Glen. Ad accompagnarlo ben undici musicisti: dietro a quella che da più di vent’anni è la sua band, ovvero i Frames (chitarra, basso, batteria, tastiere e violino), ci sono anche tre fiati e tre archi. Le prime tre canzoni sono prese da Rhythm And Repose, suo primo disco solista e motivo principale di questo tour. Barba incolta, camicia scura e jeans, Hansard è molto loquace e si diverte a raccontare gli aneddoti e le piccole grandi storie che ci sono dietro ogni singolo pezzo. Così scopriamo che Talking With The Wolves è nata dopo un’uscita in barca che, tra fari, onde e scogli, per poco non si trasforma in tragedia. E che You Will Become non è altro che un romantico look back, il ricordo migliore e meno doloroso di una storia finita male.

Dal punto di vista musicale, invece, i momenti significativi della prima parte sono due. Il primo è l’esecuzione della stupenda When Your Mind’s Made Up: struggente e malinconica già nella versione in studio (quella cantata in Once assieme a Markéta Irglová), diventa ancora più sanguigna, veemente e ricca di pathos in quella live, con tromba, trombone e sax che irrompono nel crescendo finale, andando ad arricchire la bellissima melodia costruita dal piano e dagli altri strumenti e travolgendo completamente il pubblico. Un urlo, un’esplosione (in musica) più che una canzone. L’altro momento importante è la jam di Love Don’t Leave Me Waiting, che sfuma sorprendentemente in Respect di Aretha Franklin. E qui una nota di merito va a Graham Hopkins, batterista dei Frames. Stranamente posizionato al centro del palco (quasi a volerne sottolineare l’importanza), è lui a dettare il ritmo ed è sempre lui il primo con il quale Glen interagisce e improvvisa. E così questo ensemble di musicisti è, di canzone in canzone, un po’ string band, un po’ combo jazz e un po’ gruppo folk-rock. Con un affiatamento e una compattezza che può appartenere solo a ragazzi che suonano insieme da tanti anni. Le prime due ore di concerto volano via e  si concludono con due vecchi successi dei Frames (Fitzcarraldo e Santa Maria) e Wishlist dei Pearl Jam.

Arriva il momento del bis. Glen Hansard rientra con la sua chitarra bucata e consumata e comincia a cantare Say It To Me Now. Senza microfono, senza amplificazione, dando vita a quello che sarà il momento unplugged della serata. Finita? Macché. C’è ancora tempo per una splendida versione di Falling Slowly assieme a Lisa Hannigan e per Breed dei Nirvana, un inaspettato omaggio a Kurt Cobain (nel giorno del suo quarantaseiesimo compleanno). A cantarla è un ragazzo presente in platea, che durante il pomeriggio aveva ricordato a Glen la ricorrenza. Poi, dopo una commovente This Gift dedicata a un amico malato di cancro, il concerto si conclude con una lunghissima versione di Passing Through di Leonard Cohen, con i musicisti che, a mo’ di trenino e con gli strumenti in mano, scendono dal palco e si mischiano al pubblico. Gli ultimi cinque minuti (delle quasi tre ore di concerto) Glen Hansard li passa cantando e suonando in mezzo alla gente. Perché lui rimane un busker, un musicista di strada. Con una passione e un talento enormi.