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L'uomo che vendette il mondo - Intervista ad Alessandro Galano

Romanzo d'esordio per Alessandro Galano, giornalista, docente e responsabile eventi di una libreria di Foggia, città in cui è nato e cresciuto: un lavoro con tanta musica rock al suo interno, come lascia intendere già il "titolo bowiano"
di Leonardo Follieri
10 Novembre 2021
L'uomo che vendette il mondo proprio come The Man Who Sold The World, brano che dà anche il titolo all'album del 1970 di David Bowie e che sarebbe tornato in auge a metà degli anni '90 grazie alla famosa cover dei Nirvana nell’MTV Unplugged in New York. La canzone ben si adatta ad entrambi i protagonisti del romanzo d'esordio uscito per Scatole Parlanti, L'uomo che vendette il mondo appunto, scritto da Alessandro Galano, giornalista (in generale, ma anche di jazz), docente e responsabile eventi di una libreria di Foggia, città in cui è nato e cresciuto.
 
Santo Bardi, professore precario di 35 anni, mentre è a cena in estate riceve una telefonata in cui viene informato che Alex, suo migliore amico di cui però non aveva avuto più notizie per dieci anni, è ricoverato in una clinica per malati psichici. Da lì la vita di Santo cambia perché rompe con il passato e inizia proprio un suo viaggio tra Roma e Budapest per ragioni legate a quanto accaduto ad Alex, incontra nuove persone lungo questo nuovo percorso e si mette anche alla ricerca di vari tasselli per comprendere cosa abbia portato effettivamente il suo amico ad essere ricoverato in quella clinica, si pensa per un’overdose di ketamina che lo ha per così dire bloccato. Il viaggio di Santo è da intendere anche in senso introspettivo... ed è un viaggio pieno di musica rock.
 
 
C’è sempre qualcosa o più di qualcosa di autobiografico in ciò che si scrive e che si racconta e infatti hai iniziato a buttare giù l’idea per L’uomo che vendette il mondo dopo una visita in una clinica per malati psichici, vero?
Sì, all'epoca non lo sapevo, ma il romanzo è nato al rientro da quella esperienza. Ho buttato giù qualcosa per liberarmi e per capire cosa avevo visto: l'incipit del libro è ciò che mi è successo davvero, lo spaesamento che vive Santo è lo spaseamento che ho provato anche io. La donna anziana che compare, il verso che ripete, gli occhi "strizzati" dentro: queste immagini, come altre di quel giorno, difficilmente andranno via.
 
L’uomo che vendette il mondo, cioè The Man Who Sold The World: un brano e in questo caso anche un titolo adatto per entrambi i protagonisti principali, Santo e Alex. È nata comunque prima la storia del titolo?
Sì ma il titolo e il testo di quella canzone, la sua storia, mi hanno permesso di inquadrare tutto, come in una cornice perfetta. Il fantasma di cui canta Bowie è lo stesso fantasma che incontra Santo e il fraintendimento della canzone, quel confondersi l'uno dentro l'altro, è ciò che vivono i due protagonisti del romanzo. All'inizio Bowie dice "io non ho mai perso il controllo", alla fine del brano dice "noi non abbiamo mai perso il controllo". È un po' quello che accade lungo la strada di Santo, nella sua ricerca di Alex o di sé stesso. Ci si chiede, alla fine, chi dei due sia il vero fantasma.
 
Al di là di The Man Who Sold The World, c’è molta musica nel tuo romanzo.
Molta, sì. Non solo perché è una parte fondamentale della mia vita, ma anche perché si racconta una storia che si muove tra adolescenza ed età quasi adulta: due periodi in cui si ascolta tanta musica, si cresce con la musica, si cambia con la musica. Almeno, nel caso di Santo e Alex è stato così.
 
All’interno del libro ci si imbatte in Booker T. & the M.G.’s, Steely Dan, Pink Floyd, Beatles, Pat Metheny, Jimi Hendrix e tanti altri in svariati contesti e a volte sono addirittura determinanti nella storia, pensando ad esempio a When The Levee Breaks nella versione dei Led Zeppelin.
Sì, la musica spesso è linguaggio dei due protagonisti, il loro termine di confronto, il metro con cui misurano le cose e si misurano. Nel brano di cui parli, poi, che è un vecchissimo blues in realtà, è addirittura un segnale, un grido di aiuto: "quando l'argine si rompe - dice la canzone - io non avrò più un posto dove andare". È ciò che accade ad Alex.
 
Tanta musica di qualità come nei migliori film e nelle migliori serie tv, anzi la musica è sempre più un elemento determinante per il loro successo. Ci sono anche, appunto, film e serie tv tra le tue fonti d’ispirazione?
Un film c'è, sì. "Il grande freddo". Un'opera di un po' di anni fa che, neanche a dirlo, ha una colonna sonora pazzesca. Ho chiamato Alex uno dei due protagonisti proprio per omaggiare l'Alex del film, un piccolo tributo a una storia che, come la mia, parla di grandi legami che resistono nel tempo, a volte persino in modo "innaturale".  
 
Sempre a proposito di storytelling per film o serie tv: hai pensato da subito in fase di scrittura alle tre trame temporali che caratterizzano L’uomo che vendette il mondo?
Sì. L'idea di sfasare il tempo, di muovermi con una certa libertà nel montaggio, è parte del mio modo di intendere l'affare narrativo. Passato, presente e futuro, a mio avviso, non sono compartimenti stagni "durante" la vita. Ma accadono insieme a essa, confondendosi e influenzandosi. Il passato incide nel nostro presente che a sua volta è pervaso di aspettative future: l'immaginazione è la tela che tiene tutto e che fa emergere stati d'animo, emozioni, frustrazioni e angosce. Ho cercato di portare questa mia convinzione anche nella scrittura, spero di esserci riuscito.
 
Come giornalista ti occupi anche di musica jazz, ma immagino che per i personaggi del tuo libro sarebbe stata “fuori luogo”, vero?
Sì, non sono tipi da jazz. C'è solo Pat Metheny, in realtà, con una sua interpretazione di And I Love Her dei Beatles. Una perla, secondo me.
 
Prossimi progetti? Anzi: c’è qualche idea per una nuova storia e magari un nuovo romanzo con tanta musica al suo interno?
Non so se ci sarà musica ma qualcosa c'è, quanto meno in forma di idea, a parte qualche abbozzo qua e là. La prima fase però è di studio e documentazione, sono ancora all'inizio. Per il momento ho un'immagine davanti, da cui partire: un bambino di undici anni che, nel pieno del primo lockdown, si avvia da solo, a piedi, con uno zainetto sulle spalle. Vedremo dove andrà a finire e che musica verrà fuori.