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Andrew Bird al Tri.p Music Festival di Milano - Intervista

Andrew Bird inaugurerà il 26 giugno la nuova edizione del Tri.p Music Festival di Milano e nell'occasione presenterà il suo nuovo album "My Finest Work Yet"
di Giacomo Baroni
25 Giugno 2019
Il suo stile violinistico e il fischio, ormai un marchio di fabbrica, sono tra le caratteristiche peculiari che l’hanno reso uno dei singer-songwriter più interessanti della scena indie attuale. Il titolo del suo nuovo album poi, suona come una garanzia; non resta che ascoltare per credere. Andrew Bird torna con My Finest Work Yet, ultima fatica discografica, pubblicata il 22 marzo per l’etichetta Loma Vista Recordings. Anticipato nei mesi scorsi dall’uscita del video di Sisyphus, e dei singoli Bloodless e Manifest, il nuovo disco dell’artista di Chicago ha una spiccata vena politica, ricco di argomenti e denso di significati: dalla Guerra Civile in Spagna alla “guerra incivile” in America, da Donald Trump ai combustibili fossili e il ciclo della vita, passando attraverso i dilemmi morali e comunicativi del mondo contemporaneo.
Impegnato in questo periodo nel tour di promozione dell’album, Bird toccherà anche il nostro Paese il 26 giugno, inaugurando al Giardino della Triennale a Milano la terza edizione del Tri.p, festival nato dalla collaborazione tra Triennale di Milano e Ponderosa Music & Art. In apertura alla serata si esibirà invece la singer-songwriter Madison Cunningham.
 
La copertina dell’album è molto particolare: cosa ti ha affascinato del dipinto di Jacques-Louis David, La morte di Marat, e cosa cercavi di comunicare?
Avevo finito di incidere My Finest Work Yet, il titolo era già stato deciso ma mi mancava un’idea efficace per l’immagine di copertina. Quando ho visto questo quadro, ho pensato che un poeta che scriveva le sue ultime parole in punto di morte, catturasse l’umorismo del titolo alla perfezione. Poi mentre approfondivo la storia del dipinto ho scoperto una serie di implicazioni che pensavo avessero un bel significato. Il risultato nell’insieme ha funzionato meglio di quanto potessi aspettarmi.
 
Da un punto di vista più ampio, l’arte è una fonte d’ispirazione importante per la tua musica?
Penso di sì, l’arte è una parte della mia vita da sempre. Mia madre era un’artista e mi portava alle esibizioni e alle mostre a Chicago, potevo ammirare spesso schizzi e capolavori. Poter collaborare con altre persone per riuscire a catturare la mia musica anche in maniera visuale, è una cosa che mi è sempre piaciuta, fin dal primo album. La maggior parte dei miei amici di Chicago sono infatti artisti; confrontarmi con loro è una cosa molto soddisfacente, mi permette di allargare la mia prospettiva, che normalmente è più focalizzata sulla musica.
 
Tu hai detto che con questo disco avrebbe voluto essere d’aiuto, contribuendo a qualcosa; perché hai sentito questa necessità?
Sento che non stiamo comunicando tra di noi, o forse che lo facciamo attraverso i medium sbagliati. Gli algoritmi che ci forniscono notizie ventiquattr’ore su ventiquattro in maniera personalizzata, ad esempio, non aiutano. Penso che la musica, scrivere canzoni, offra invece l’opportunità di parlare di queste cose in un modo diverso, che le persone non sentono il bisogno di respingere. Ci è voluto molto tempo per trovare una maniera per cantare di certi argomenti, un vocabolario adatto; magari così sarà possibile cambiare la mente delle persone, iniziare a farle parlare tra loro.
 
Questo disco ha una forte connotazione politica; come vedi la situazione attuale negli Stati Uniti?
I miei famigliari, le figure che mi hanno cresciuto per diventare una brava persona, non appoggiano questo orribile leader. Cerco di trovare un senso a quello che sta succedendo, ma non ci riesco. La sensazione che vorrei trasmettere con questo disco è che sembra che siamo preda di una malattia, come se sentissimo il bisogno di riempire un vuoto con un atteggiamento ostile, con la necessità di individuare un nemico. Una volta era il comunismo, oggi ci sono altri problemi. L’America ha sempre avuto bisogno di creare un nemico per riempire il vuoto che sentiva.
 
La morte di Marat in un certo senso potrebbe anche invitare a una riflessione sulla libertà di parola e di espressione...
Come americano, non ho mai pensato che avrei potuto essere imprigionato o di trovarmi nei guai per il mio pensiero o qualcosa che ho detto, ma in altri Paesi la storia recente ci ha mostrato che la libertà di espressione non va assolutamente data per scontata. Quando i presidenti iniziano a considerare la possibilità di arrestare i propri oppositori, è davvero il momento di iniziare a rifletterci seriamente.
 
Per il singolo Sisyphus avete realizzato un video molto particolare, nel quale passi dalla scalata di una montagna al sellino di una bici...
Siamo andati a girare il video tra le montagne nei pressi di Los Angeles. Dovevo indossare un’enorme testa, stando sul ciglio di una scarpata di cinque o seicento metri. Riuscivo a vedere solo attraverso le narici della maschera e ho iniziato ad avere un po’ di panico, insomma, è stata anche un’esperienza pericolosa. Per le parti nel deserto, mi sono fatto ispirare dall’immagine di Dennis Hopper in Easy Rider, tenendo un’aria da duro mentre pedalo su una bici con il vento tra i capelli, ma restando fermo sul cassone di un pickup, senza quindi andare realmente da nessuna parte.
 
Perché la scelta di registrare il disco in presa diretta?
Si tratta di un lavoro davvero impegnativo e non facile. Però penso che incidere in questo modo dia un valore maggiore a ciò che stai facendo. Rispecchia la mia filosofia riguardo alla musica, cattura un momento che non si potrebbe replicare in nessun altra maniera. Registrando ogni traccia singolarmente avrei sicuramente potuto avere dei suoni magnifici, ma il risultato sarebbe stato in fondo più dozzinale.