Il grido di libertà di Richie Havens

Un ritratto del folksinger che scosse il popolo di Woodstock
Di Mauro Eufrosini
19 Giugno 2013

15 agosto 1969, 5 del pomeriggio. I 600 acri della fattoria di Max Yasgur a Bethel, Stato di New York, sono letteralmente scomparsi sotto i piedi di una folla di mezzo milione di ragazze e ragazzi che attendono da circa un’ora, dopo averne trascorse decine per arrivare, che inizi il Woodstock Music And Art Fair Festival. Michael Laing e Art Kornfeld, i due che si sono inventati la più sballata delle operazioni commerciali nella storia del rock, hanno già un bel po’ di problemi a gestire quella folla, dieci volte superiore al previsto, il cui arrivo ha bloccato le strade di accesso al festival impedendo agli stessi artisti, tra i quali gli Sweetwater che avrebbero dovuto aprire lo show alle 4, di arrivare sul palco.

Tre musicisti però ci sono, non si sono fatti di acido e sarebbero pronti ad aprire il festival. Sono tre neri, il percussionista Daniel Ben Zebulon, il chitarrista Paul “Deano” Williams, e il cantante e chitarrista folk Richie Havens. La loro esibizione è prevista dopo altre tre. «Avevo una strumentazione ridotta al minimo e sentivo che mi avrebbero ucciso se fossi salito per primo sul palco. Avevo bisogno di una band che scaldasse il pubblico prima del mio set. Avrei dovuto suonare per 40 minuti, ed è quello che feci, ma da dietro il palco mi chiesero di fare altre quattro canzoni e poi ancora quattro. Due ore e 45 minuti più tardi avevo cantato tutto quello che conoscevo. Ed è a quel punto che cominciai quella lunga introduzione, provando a immaginare cosa avrei potuto suonare ancora».

Ciò che si inventa, dopo un minuto circa di un riff percussivo, inseguito dalle congas di Zebulon, è un grido ossessivo, una parola scandita con furore tribale che diventa la chiave di tutto il festival e conduce Richie Havens dritto nella leggenda. «Forse qualcuno dal pubblico, o solo una voce nella sua testa (l’ho sentito raccontare questa storia in entrambi i modi)» ci dice Dayna Kurtz, songwriter che ha condiviso un lungo tratto di strada con Havens «gli ha suggerito la parola freedom e su questa ha cominciato a improvvisare. La sua voce che ripeteva freedom sembrava strappata da un grembo».

A Peter Fornatale, autore di Back To The Garden, The Story Of Woodstock, Havens la raccontava così: «Ero sul palco, non sapevo cosa cantare e guardai quella folla e mi dissi che la liberà non era quella cosa che ci avevano fatto credere. Noi l’avevamo già. Tutto quello che dovevamo fare era praticarla. Ed era quello che stavamo facendo in quel preciso momento. Così cominciai a suonare delle note cercando di capire cosa avrei cantato e venne fuori quella parola, freedom». La grida otto volte e poi, allo stesso modo, all’improvviso, gli esce Motherless Child «che non facevo da sei, sette anni, dai miei primi giorni al Village» e a questa aggiunge alcuni versi presi da un gospel tradizionale, I Got A Telephone In My Bosom, «un inno che cantavo quando avevo 15 anni».

In realtà non suona per tutto quel tempo, due altri set (Sweetwater e Bert Somner) precedono il tramonto, ma quando scende dal quel palco smisurato, per dirla con Dayna Kurtz, «si è compiuta una delle performance più avvincenti e iconiche di tutti i tempi, un momento che segnerà per sempre la sua impressionante carriera. Lui era quella canzone. Ha sempre saputo cosa significava per la gente, e l’ha onorata. Gli sono stati offerti, letteralmente, milioni di dollari nel corso degli anni per usare Freedom per la pubblicità, e anche se in un paio di occasioni ha realizzato spot commerciali, si è sempre rifiutato di concedere quella canzone proprio per ciò che essa significa. Diceva che i soldi non gli avrebbero cambiato più di tanto l’esistenza, e che Freedom aveva una propria vita per il pubblico. E di questo era totalmente rispettoso». [...]

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