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James Taylor

American Standard
Fantasy Records
L'eleganza inconfondibile del cantautore di Boston in un viaggio tra i grandi classici della tradizione americana
di Jessica Testa
22 Marzo 2020
(Foto di Norman Seeff)
 
Non c’è momento migliore per nutrirci di bellezza, e se cercate un modo per sfamare l’anima questo disco di James Taylor è certamente un ottimo punto di partenza.
L’abitudine dei grandi artisti di cimentarsi in cover e rielaborazioni di brani della tradizione è ormai talmente diffusa da sembrare quasi un cliché: per qualcuno è stato un esperimento di metà carriera, altri hanno attinto dal passato in mancanza di idee nuove, alcuni hanno sfruttato i progetti di cover per dare una nuova spinta al proprio percorso, e il più delle volte ciascuno è riuscito a portare il proprio stile e la propria impronta donando nuova linfa a vecchie e più o meno note canzoni.
Non è strano dunque che uno dei più importanti cantautori del nostro secolo torni a cimentarsi - dopo un paio di album di canzoni di Natale e un disco che si intitola Cover - con la canzone della tradizione americana, un omaggio, confezionato come un regalo prezioso, alle generazioni di autori che l’hanno preceduto e che hanno riempito i muri della casa dei suoi genitori durante gli anni della crescita.
 
Le quattordici tracce di American Standard scivolano come un abito di seta su un corpo perfetto, hanno la morbidezza del burro spalmato sul pane caldo e la consistenza delle bolle di sapone. E’ un album talmente elegante che induce istintivamente ad un ascolto attento, finanche composto nella postura; una, due, tre volte.
Non che ci si aspettasse qualcosa di diverso, in fondo la classe di James Taylor è una di quelle certezze a cui ci si aggrappa saldamente anche quando si rischia di perdere l’equilibrio.
Eppure, la morbidezza di una voce che in cinquant’anni di carriera ha carezzato i cuori di più d’una generazione, contrasta inaspettatamente con una storia di vita travagliata, abitata dalla dipendenza da eroina, da continui problemi di salute e da traumi infantili difficili da superare.
Chissà se la mancanza di materiale inedito sia da imputare proprio a questo - Before This World del 2015 era il primo disco di canzoni nuove dopo tredici anni - ma resta innegabile il fatto che qualunque piccola o grande opera con cui Taylor si cimenti, acquista le sfumature del suo essere.
Per questo diciannovesimo lavoro in studio il cantautore di Boston viaggia tra le colonne sonore di film imprescindibili com Colazione da Tiffany - una versione di Moon River che scioglierebbe un ghiacciaio -, attinge al teatro con Sit Down You’re Rockin’ The Boat direttamente dal classico Bulli e Pupe, presta la sua chitarra, che insieme a quella di John Pizzarelli è certamente la cifra stilistica di tutto il disco, a standard come My Blue Heaven e The Nearness Of You, reinterpreta uno dei capolavori di Billie Holiday, God Bless The Child, e si cimenta con i bassi di Ol’ Man River, il brano che il baritono-basso di colore Paul Robeson canta nel musical Show Boat, forse l’unico momento in cui l’interpretazione strettamente “tayloriana” offusca il sentimento provocato dalle lotte continue degli afroamericani contrapposte al flusso costante e incurante del Mississippi, principale tema dell’opera.
 
Ascoltando il disco tutto d’un fiato si ha quasi la sensazione che alcuni di questi brani facciano parte di Sweet Baby James (1970), o che alcune di queste canzoni siano state scritte proprio da Taylor e interpretate da altri artisti, e non viceversa; l’autore di Carolina In My Mind ha abbandonato gli arrangiamenti orchestrali puntando sul “suo” sound, con la sua voce, inconfondibile, in primo piano e rielaborazioni musicali che portano, riconoscibile, la sua firma.
Il dobro di Jerry Douglas, il violino di Stuart Duncan e la partecipazione dei suoi musicisti storici aumentano questo senso di familiarità che pervade il disco intero, e l’intima sensazione che James Taylor sia il timoniere di una nave che avanza sulle acque calme di un mare conosciuto, è certamente la parte migliore di questo viaggio americano.