Tu sei qui

Jack White

Jack White - Lazaretto
Lazaretto
Third Man Records/XL/Columbia
Country rock, hard blues e una buona dose di black humor nel secondo brillante album solista dell'ex White Stripes
Di Roberto Vivaldelli
10 Giugno 2014
Che Jack White fosse una delle stelle più luminose del firmamento musicale dell’ultimo ventennio non vi erano assolutamente dubbi. L’ex leader dei White Stripes, fautore altresì di progetti intriganti come The Racounteurs e The Dead Weather, nonché fondatore dell’etichetta con sede a Nashville Third Man Records, giunge alla sua seconda prova solista dopo il successo di pubblico e critica dell’entusiasmante Blunderbuss (Third Man Records/Columbia/XL, 2012). 
 
Il nuovo lavoro, intitolato con una certa dose di black humor Lazaretto, è stato concepito in parte proprio durante i ritagli di tempo del tour di supporto a Blunderbuss. Gran parte dell’ispirazione, tuttavia, viene da alcuni racconti giovanili scritti all’età di 19 anni: “Li ho trovati per caso in soffitta e li stavo per buttare tutti – racconta l’artista di Detroit – ma poi mi sono messo a leggerli e mi sono divertito molto, ho riso parecchio”.  
La pubblicazione di Lazaretto è stata anticipata dall’uscita ad aprile dello strumentale High Ball Stepper, pregevole brano di hard blues in salsa psichedelica, condito dai fuzz lancinanti della chitarra di White; la title-track invece è stata scelta come primo singolo, ennesima e ispirata prova di hard rock seventies, accompagnata da un videoclip che è un’opera d’arte a sé. Questa fase “matura” di Jack White è fatta di un tripudio di diversi stili musicali con un comune denominatore ben preciso: riscoprire la tradizione americana – dal country rock all’honky tonk, dal ragtime al rock blues, passando per l'hard rock – in tutte le sue sfumature e in tutti i suoi colori, dandone un’interpretazione moderna e personale. 
 
Sì, perché Lazaretto non è solo un brillante album “nostalgico” o banalmente "revivalistico", ma è l’opera di un artista completo e talentuoso, che si conferma grande interprete e “sacerdote” della storia musicale americana; da quella rurale delle piantagioni di cotone fino a quella dei bordelli a luci rosse di New Orleans, passando per le melodie ariose della West Coast o per il country rock dei Byrds con Gram Parsons.
L’incipit è affidato all’R&B/Soul trascinante di Three Women, canzone deliberatamente ispirata a Three Women Blues di Blind Willie McTell (1928); la già citata title-track usa l’ironia per deridere certe spacconerie dell’hip-hop moderno, mentre Temporary Ground è una delicata ballata dolceamara a metà strada tra country rock e honky tonk, con tanto di pedal steel, violini e pianoforte. 
 
La tensione sale nella drammatica Would You Fight For My Love, tra echi morriconiani e chitarre rabbiose, in quella che si può definire come una delle migliori composizioni dell'artista. Dopo la tempesta chitarristica della menzionata High Ball Stepper si torna alla musica da saloon di Just One Drink e alle armonie vocali West Coast di Alone In My Home, degna erede di Beach Boys e dei Fleetwood Mac di Rumours; Entitlement invece è un’altra soffice ballata country-folk che ricorda da vicino il Neil Young di Harvest. In coda, tra il cliché del riff hard di That Black Licorice – forse l’episodio più debole – e la rilassata Want and Able, c’è un altro gioiello da annoverare: l’epico country rock di I Think I Found the Culprit, con le sue deliziose voci femminili e una slide guitar sempre in primo piano. 

Un album che suggella il periodo d’oro dell’artista di Detroit, oramai punto di riferimento imprescindibile per il rock’n’roll dei nostri giorni, forse moribondo, ma che non ne vuole proprio sapere di tirare le cuoia. E Lazaretto è pura linfa vitale.