Lou Reed

Lou Reed, le parole di Patti Smith

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Patti Smith ha affidato al New Yorker un bel ricordo di Lou Reed. Ecco due passaggi tradotti, l’originale è qui.

L’ultima canzone di Lou

Dove siamo finiti? Non è più la campagna inglese, questa. È una landa grigia e desolata, sfigurata da venti affilati come lame. Il cielo è talmente basso da far spavento. C’è di che tapparsi le orecchie: una chitarra elettrica gracchia note, una macchina batte un tempo meccanico, rumori di sottofondo e riverberi sembrano echi di un paesaggio remoto. È una visione d’acciaio e nebbia, splendida e disturbante. «Sono venuti a prendermi», ripete il cantante mentre una chitarra disegna scarabocchi indecifrabili su quel cielo basso e grigio. Dissolvenza.

L'intellettuale del rock

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A molti avrà fatto un certo effetto sentire associare il nome di Lou Reed, il rock'n'roll animal per eccellenza, a quello del poeta e scrittore Edgar Allan Poe. Il nuovo album The Raven, uscito il 28 gennaio in un'edizione limitata di due cd, contiene canzoni e recitati che il 60enne newyorchese ha ripreso e riadattato dalle poesie e dai racconti dello scrittore.

The Dark Stuff

Syd Barrett catatonico, Brian Jones perfido e narciso, il “killer” Jerry Lee Lewis e il maledetto Johnny Thunders, gli Happy Mondays in un letto in fiamme, Keith Richards risorto dalle overdose, Roky Erickson perso nelle nebbie e Lou Reed con le croci celtiche sui capelli rasati. Un campionario di umanità derelitta e schiava dei propri eccessi. Un catalogo di celebri rockstar raccontate da un giornalista che ha vissuto un’epoca d’oro e dannazione, di grandi numeri in classifica e miserie umane, di lustrini e nefandezze.

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