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Peter Gabriel

Classic Albums: So
EAGLE
Ecco che cosa accadde quando Daniel Lanois chiuse Peter Gabriel in una stalla...
Di Claudio Todesco
30 Novembre 2012

Immaginate che qualcuno scarichi un blocco di granito nel giardino di casa e vi chieda di cavarci una scultura. Questo è So secondo il produttore Daniel Lanois: una bellissima statua ricavata da una roccia informe. Uno sforzo immane e un lavoro raffinato. Oppure, come afferma Peter Gabriel, un disco fatto «andando dove mi portavano naso e cuore».

È una storia che il documentario della serie Classic Albums diretto da George Scott racconta in modo puntuale nell’arco di un’ora, incrociando interviste condotte per l’occasione, foto d’epoca, frammenti di video e del noto concerto ad Atene dell’87. L’artista e il produttore, e poi musicisti, fonico, amici e giornalisti descrivono il disco come una serie di fortunati incidenti creativi provocati dall’istinto, dalla volontà di toccare nel profondo l’ascoltatore, dal perfezionismo di Gabriel. «Ci è voluto un anno per fare So», commenta ridacchiando Lanois. «Ora so che cosa vuol dire fare una vita monacale».

Red Rain era un pezzo particolarmente duro di quel granito. Nell’epoca precedente la manipolazione digitale, il pattern di batteria fu ottenuto dal produttore incollando misura per misura le parti migliori di otto diverse performance di Jerry Marotta. Gabriel e Lanois descrivono la nascita dei pezzo davanti ai banchi del mixer e si capisce che questa storia gira attorno al loro rapporto nato ai tempi della colonna sonora del film di Alan Parker Birdy. «Erano perfettamente complementari», commenta l’amico George Acogny. Gabriel aveva approntato a mo’ di sala di registrazione la stalla dell’Ashcombe House, la residenza del Somerset trasformata dall’artista nel suo quartier generale. Intagliare il granito è un lavoro duro e la registrazione si era trasformata in un cantiere, non solo metaforicamente: prima di cominciare a lavorare al disco si doveva indossare l’elmetto giallo.

E poi c’è la storia di Sledgehammer, che nasce verso la fine delle session. I musicisti stanno per andarsene e Gabriel li ferma: «Ho una canzone per il prossimo disco: la vogliamo provare?». Il bassista Tony Levin rammenta che «abbiamo fatto un paio di versioni e ce ne siamo andati convinti che nessuno l’avrebbe mai ascoltata». E invece quel tributo al suono del R&B d’epoca diventa il grimaldello col quale scardinare il mercato pop (e attirare ai concerti il pubblico femminile), complici lo shuffle di Manu Katché, i Memphis Horns e il costosissimo videoclip diretto da Stephen R. Johnson, dove persino le nuvole che passano sul viso del cantante vengono disegnate sulla sua faccia fotogramma per fotogramma. E ancora, Don’t Give Up che nasce da un pattern di tom-tom creato con una batteria elettronica Linn poi imitato da Tony Levin al basso; il tentativo di duettare con Dolly Parton prima che con Kate Bush; la parte percussiva di Mercy Street scaturita rallentando un ritmo forró raccolto in Brasile; il testo di In Your Eyes che esprime la gioiosa indeterminatezza fra amore sacro e profano tipica di certa musica africana; il cantante che s’addormenta durante l’incisione di This Is The Picture (Excellent Birds). E naturalmente Peter «maestro di distrazioni» che non riesce a finire i testi a ridosso della deadline e Lanois che gli strappa il telefono di mano e lo frantuma contro la console. Poi, infuriato, chiude il cantante dentro alla stalla sigillando l’entrata con chiodi e martello. Gabriel riesce a scardinare la porta, avvicina Lanois e pacatamente gli dice: «Puoi venire fuori? Dovrei parlarti...».

E ancora, l’idea del produttore che le cuffie durante l’incisione siano «preservativi per le orecchie»; l’uso di un registratore a cassetta poggiato su una tastiera come speaker per Gabriel; la linea vocale un’ottava sotto di Mercy Street incisa la mattina presto dopo avere passato la notte in sala, per avere quel tono cupo e basso. Come dire che c’erano più improvvisazione e invenzione che tecnologia, dentro al disco. So ne esce come un’opera appartenente a un’altra epoca nonostante la fama di “tecnocrate” pop che l’artista inglese aveva già all’epoca.

Chi cerca musica lo sappia: Classic Albums è uno sguardo dietro le quinte, non una raccolta di performance. Si parla tanto e si suona poco, per così dire. Anche i bonus sono risicati: altri approfondimenti sulle canzoni, cenni al tour per Amnesty dell’86 e al video di Sledgehammer. Fine. Ma quel che c’è basta. È un documentario fatto di piccoli momenti rivelatori, come quando Daniel Lanois isola la voce di Gabriel dalle tracce di Don’t Give Up, fa ascoltare la parte più acuta e ammicca alla camera: «Bello eh?».

Bello sì. Da quel blocco di granito è venuta fuori una scultura aggraziata anche perché c’era un fine, uno scopo, una cornice: fare non un disco per la massa, ma un disco costruito in modo anticonvenzionale che la massa avrebbe potuto capire. Chiuso all’interno di questa cornice, Peter Gabriel ha trovato un modo per liberare la propria creatività e mostrarsi per la prima volta senza maschere. «Perché la cosa peggiore che puoi fare» dice «è concedere a un artista la libertà assoluta».
Vale anche per gli scultori del suono con un elmetto da cantiere in testa e un martello per le mani.