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Sigur Rós

Assago (Milano), Mediolanum Forum
17 ottobre 2017
Il tempo, quando suona il gruppo islandese, sembra essere eterno, dilatato come quello dei sogni
di Federica Muciaccia
18 Ottobre 2017
«Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando» diceva Einstein.
E il tempo, quando suonano i Sigur Rós, sembra essere eterno, dilatato come quello dei sogni.
Un sogno che ieri, 17 ottobre, il gruppo ha fatto vivere a tutto il Forum di Assago, per un'unica data italiana.
Quando il trio islandese sale sul palco, sugli schermi le video proiezioni sembrano quadri di Turner, atmosfere impetuose, come le sonorità che di lì a poco permeeranno il pubblico.
 
Lo show è diviso in due set: il primo racchiude materiale inedito che andrà a comporre il loro prossimo lavoro in studio, il secondo fa tappa nei successi precedenti, quelli che hanno reso la band una realtà più che consolidata.
Una batteria che sa essere minimale ed esplosiva, chitarra e tastiere così delicate da accarezzarti l'anima, l'archetto sulla chitarra così psichedelico che distorce le percezioni e una voce, quella di Jónsi, così ancestrale che sembra non appartenere a questo mondo.
Il primo set si chiude su Varða, un mantra celestiale, che Jónsi canta con gli occhi socchiusi, e una tastiera lo accompagna rallentando e chiudendo in sospensione con un la etereo.
 
Con la stessa dose di delicatezza si apre la seconda parte dello show dopo venti minuti di pausa. I Sigur Rós sono più lontani e piu in alto sul palco. Sta iniziando Sæglópur. I giochi di luci e le proiezioni cominciano a sgranare i dettagli, il trio ritorna al suo posto, le immagini si scompongono e i suoni si frammentano.
Ci è voluto poco per tornare nel loro sogno traslucido. C'è chi è seduto per terra immobile, chi non riesce a stare fermo. L'energia è in crescita. Jónsi tiene una nota in riverbero per il tempo necessario di entrare in trance, che permette di sopportare le oscillazioni tra sussurri celestiali e primordiali esplosioni ritmiche che con Popplagið toccano insieme il fondo e il punto più alto che si possa immaginare.
 
Il concerto è finito e ci vuole qualche minuto per tornare sulla Terra.
Sullo schermo, dopo gli inchini, compare la scritta Takk, il titolo del loro quarto album in studio che in islandese significa "grazie".
I Sigur Rós non sono di molte parole, ma questo è il caso in cui le parole non servono: il silenzio è un canale comunicativo funzionale allo show.
Non sono delle rockstar. Sono solo dei professionisti che dal 1994 ad oggi, con le loro sonorità, ci hanno fatto vedere una terra, ci hanno raccontato storie in una lingua che non esiste, e hanno raggiunto uno stile personale, straziante e inconfondibile.
Takk a voi, Sigur Rós.