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Mark Lanegan

Milano, Giardino della Triennale
25 luglio 2018
Circa due ore di live in cui tutto rimane sospeso in una sorta di “piacevole paradosso abituale”
di Leonardo Follieri
26 Luglio 2018
Scuro nella voce, nel look e anche sul palco (è l’unico senza alcun faro puntato in faccia per tutta la durata del concerto). Un’attitudine apparentemente strana, ma abituale per uno come Mark Lanegan che ha chiuso così la seconda edizione del Trip Music Festival presso il Giardino della Triennale di Milano. Rimane comunque centrale e ben in vista il suo ruolo, perché la Mark Lanegan Band lo segue in maniera ligia, la location si conferma suggestiva e il pubblico è eterogeneo.
 
La scaletta attinge abbastanza (ma non solo) da Gargoyle, lavoro pubblicato l’anno scorso (che ben presto sarà “rimpiazzato” da With Animals, nuovo album in uscita il prossimo 24 agosto e realizzato col polistrumentista britannico Duke Garwood). E allora si parte con Death’s Head Tattoo e poco dopo si possono ascoltare anche Sister, Nocturne ed Emperor, ma tra i brani più recenti che si discostano un po’ dall’incedere di tutto il live si distinguono in parte Goodbye To Beauty e, andando leggermente più indietro nel tempo, No Bells On Sunday. Tutto rimane sospeso nelle circa due ore di live, senza che si avverta mai la necessità fisiologica di scombinare in qualche modo i piani. Ogni tanto, ma giusto ogni tanto, Lanegan si lascia andare a qualche semplice ringraziamento, mentre a metà concerto si fa notare un pezzo come Bleeding Muddy Water, ma anche qui senza spadroneggiare in maniera netta. La compagna dell’artista statunitense, Shelley Brien, in alcuni momenti lo raggiunge sul palco per alcuni cori o per ricoprire la parte che era stata di PJ Harvey in Hit The City o (meglio) in Come To Me. Il presente insomma o comunque gli ultimi anni come solista recitano un ruolo più importante; nessun accenno invece ai primi lavori come solista o al periodo degli Screaming Trees.
Stasera al Sagrato della Chiesa della Collegiata di Verucchio (Rimini) per il Verucchio Festival si può immaginare uno scenario simile a quello di ieri: il rock che si esprime attraverso una voce rauca, grazie alla quale sembra quasi che sia tutto già scritto, anche se è il modo di porsi di Mark Lanegan che incuriosisce e che appare sempre in divenire.
Il finale è una cover molto ben riuscita di Atmosphere dei Joy Division ed è ormai tempo di salutare, anche se, come al solito, l’artista statunitense lo fa a modo suo, in quanto ringrazia e poi lascia il palco al suo chitarrista Jeff Fielder che invita tutti a mettersi in fila per avere un autografo o una foto proprio con Mark Lanegan.
 
“Scuro” sul palco, estremamente “chiaro” al di fuori: forse dopo il concerto non te lo aspetteresti e invece è un piacevole paradosso abituale che è parte integrante del live stesso di uno come Mark Lanegan.