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David Gilmour

Londra, Royal Albert Hall
24 aprile 2016
Se qualcuno si chiede ancora se il rock abbia mai avuto uno “Chopin”, oggi ha una risposta: il suo nome è David Gilmour
di Ezio Guaitamacchi
25 Aprile 2016
L’ex Pink Floyd ha chiuso la 16esima edizione del "Teenage Cancer Trust", benemerita organizzazione che raccoglie fondi per curare adolescenti vittima del cancro e il cui “patron” onorario è Roger Daltrey.
 
Il concerto è, di fatto, lo stesso che Gilmour ha presentato a Verona lo scorso settembre (scaletta pressoché identica con la medesima band) e che, immagino, replicherà nelle date di luglio in Italia (Roma, Pompei, Verona). Ma vederlo da vicino (ero in decima fila) all’interno della Royal Albert Hall, e cioè in pratica a casa sua, è stata davvero un’esperienza mozzafiato. Lui, la chitarra più lirica della storia del rock, ha emozionato e, in alcuni momenti addirittura commosso il suo pubblico tra brani dell’ultimo album solista (l’eccellente Rattle That Lock) e “pezzoni” dei Pink Floyd grazie a uno show perfetto nella struttura e altamente spettacolare dal punto di vista sonoro e visivo. Il grande schermo circolare che ha accompagnato con filmati d’animazione, close up dei protagonisti, video musicali e visioni psichedeliche ha fornito un supporto indispensabile alla miglior riuscita del concerto. Gilmour, fresco settantenne, è sembrato in gran forma: fisicamente asciutto e con una bella barba bianca che lo ha reso più charmant ha mostrato voce solida e chitarrismo fluido. Anzi, a volte quasi debordante, se non addirittura incontenibile. Inizia con le suggestive 5 A.M. e Rattle That Lock per poi passare a Wish You Were Here in duetto acustico con Phil Manzanera. Quando Gilmour imbraccia la sua Stratocaster nera o la vecchia e fedelissima Telecaster scrostata incanta con un suono unico, saturo eppure teneramente romantico, liquido senza sbavature, dolce ma mai sdolcinato, spietatamente insinuante nella sua eleganza. Ammirarlo da pochi metri, osservarne la tecnica semplice ma impeccabile o addirittura studiarne l’incredibile uso della leva è esercizio vano: Gilmour, come tutti quelli di “quella” generazione ha un modo istintivo di suonare e una capacità unica di sviluppare un suono che è il suo suono. Primo chitarrista della storia del rock a “debluesizzare” la chitarra, Gilmour mostra padronanza della steel guitar (ma anche il tastierista John Carin non è niente male) e anche in quel caso una capacità formidabile nello sviluppare un timbro che penetra le corde dell’anima. Il primo tempo si chiude con uno dei momenti più alti dello show: High Hopes da The Division Bell mostra il meglio dell’arte dei Pink Floyd tra melodie accattivanti, soluzioni armoniche e ritmiche inusuali e straordinarie, surreali visioni.
 
Il secondo tempo, assai più psichedelico, si apre con lo spirito di Barrett che aleggia con Astronomy Domine e di colpo la Royal Albert Hall sembra trasformarsi nello UFO Club di John Hopkins a Tottenham Court Road: light show, sonorità dilatate e chitarre acide. “L’estate dell’amore” è passata da quasi 50 anni ma le sue “good vibrations” non sembrano finire mai. Tra alcuni brani del nuovo album (piace la jazzata Girl In A Yellow Dress accompagnata da un intrigante video d’animazione) spuntano pezzi imperdibili come Shine On You Crazy Diamond o Run Like Hell che chiude il concerto. La standing ovation non lascia Gilmour insensibile: finalmente l'artista ringrazia il pubblico e chiama i musicisti vicino a sé. È tempo di bis: un trittico imperdibile caratterizzato da Time, Breathe e Comfortably Numb. E se qualcuno si chiede ancora se il rock abbia mai avuto uno “Chopin”, oggi ha una risposta: il suo nome è David Gilmour.