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Roger Waters

Is This The Life We Really Want?
Columbia
Gli attacchi nei confronti di Trump, ma anche un finale inedito e inaspettato nel nuovo album dell’ex Pink Floyd
di Leonardo Follieri
03 Luglio 2017
(Foto di Sean Evans)
 
“È davvero questa la vita che vogliamo?”. Tale domanda, che evidentemente presuppone un “no” come risposta, dà il titolo al nuovo album di Roger Waters, tornato in commercio, dopo le note vicende in merito alla copertina e al presunto plagio delle opere di Emilio Isgrò.
 
Ci sono voluti venticinque anni per ascoltare un nuovo album di inediti dell’ex Pink Floyd dopo Amused To Death del 1992.
Allora c’era stata la Guerra del Golfo trasmessa in diretta tv, a causa della quale il bassista aveva avvertito l’esigenza di pubblicare un nuovo lavoro. Stavolta c’è un nuovo Presidente negli Stati Uniti, Donald Trump, che il nostro sta definendo “pig” (“maiale”) nei suoi concerti più recenti e che in Is This The Life We Really Want? è “un leader senza cervello”.
 
Dal punto di vista musicale c’è Nigel Godrich alla produzione artistica (già con Radiohead, Paul McCartney, Beck e U2) e in generale sono evidenti varie citazioni dei tempi dei Pink Floyd, soprattutto quelli di Animals o di The Wall.
Già.
The Wall. La seconda guerra mondiale. La morte del padre durante lo sbarco ad Anzio nel 1944. Che poi, nello show ripreso negli ultimi anni da Roger Waters, è diventata una trasposizione tutte le volte più attuale con il racconto delle altre guerre più recenti e di tutti i discorsi ad esse connessi.
E il tema della guerra nel nuovo album ricorre per esempio in The Last Refugee, dove il protagonista è appunto “l’ultimo rifugiato” che sogna una vita migliore dopo i bombardamenti, o in tutte le conseguenze del secondo conflitto mondiale descritte in Broken Bones (anziché la libertà, “scegliemmo invece di aderire all’abbondanza / scegliemmo il sogno americano” e quindi la storia si è ripetuta con altre guerre). Gli attacchi più diretti a Trump arrivano attraverso Picture That (il “leader senza cervello” di cui si diceva prima, o, per meglio dire, “un leader senza un c...o di cervello”) e tramite la title-track dove peraltro si può udire la stessa voce del nuovo Presidente degli Stati Uniti.
 
Alla fine, però, qualcosa cambia rispetto ad Amused To Death. Alla fine del lavoro del 1992, infatti, gli uomini divengono ombre dinanzi alla tv e la razza umana si estingue perché “si è intrattenuta a morte”.
Qui invece una possibilità reale di redenzione c’è e passa attraverso l’amore, raccontato negli ultimi tre brani, e a partire quindi da Wait For Her, rielaborazione di Lesson From The Kama Sutra del poeta palestinese Mahmoud Darwish. La fine è affidata allora alla delicata e inaspettata Part of me died (“Ma quando ti ho incontrato / quella parte di me è morta / Portatemi una ciotola / in cui lavarle i piedi / Portatemi la mia ultima sigaretta / È di gran lunga meglio morire tra le sue braccia / Che tirare avanti in una esistenza di rimpianti”).
 
Dunque non “è davvero questa la vita che vogliamo”.
Ma si può fare in modo che lo diventi.