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Paul McCartney

Egypt Station
Capitol Records
Un nuovo album per Sir Paul in cui dimostra di essere ancora un grande punto di riferimento per le generazioni successive (e per quelle che verranno)
di Leonardo Follieri
14 Settembre 2018
Egypt Station comincia da una stazione nella prima canzone, per poi spostarsi in una stazione diversa di brano in brano. Per cui abbiamo basato tutte le canzoni su quest’idea. Per me rappresenta un luogo da sogno da cui nasce musica”. Basandosi sulle parole di Sir Paul McCartney per questo suo diciassettesimo album solista si può parlare di attesa o di passaggio pensando alla stazione, ma dal momento che le “fermate” sono addirittura sedici si potrebbe parlare di un viaggio continuo ancora alla sua età. Un viaggio non necessario per chi magari dal vivo aspetta sempre solo i pezzi più noti e già consegnati alla storia, ma un percorso doveroso per chi come l’ex Beatles mostra di sapersi adeguare musicalmente ai tempi e di saper ancora scrivere canzoni. Non ci troviamo di fronte ai capolavori perché quelli ovviamente sono irripetibili, ma di fronte a chi con mestiere è rimasto fedelmente curioso e non schiavo del suo passato.
 
Partendo dal titolo del lavoro, l’ispirazione si deve a un quadro del 1988 dello stesso Paul McCartney che fa anche da copertina. Dal punto di vista musicale, a parte Opening Station e Station II pressoché identiche poste ad inizio e quasi fine del lavoro, nonché utili per conferire l’idea del concept voluta da Sir Paul, l’album si apre subito con i due brani che hanno anticipato Egypt Station, I Don’t Know e Come On To Me: il primo racchiude subito l’interrogativo da intendere come curiosità, ma senza angosce dell’ex Beatles e in cui si chiede “cosa mi sta succedendo? Sono nel giusto? Sto sbagliando? Non lo so”; il secondo è un brano molto riuscito per ritmo, arrangiamento in crescendo con tanto di fiati nel finale dopo una breve pausa e inevitabili ma gradevoli ammiccamenti al passato. In quest’ultimo senso si collocano anche il singolo successivo pubblicato a metà agosto, Fuh You (unico brano del lavoro prodotto insieme a Ryan Tedder, autore, produttore e anche frontman degli OneRepublic), nonché Dominoes e Hand In Hand. In Egypt Station c’è inoltre posto anche per ballad come Confidante o Do It Now e addirittura per l’electro-samba di Back In Brazil o altre sperimentazioni di Caesar Rock, mentre sui testi vale la pena sottolineare che Sir Paul ha trattato un argomento delicato come quello del bullismo adolescenziale in Who Cares.
 
L’album vede la produzione di Greg Kurstin (Foo Fighters, Adele, Beck, Liam Gallagher) e al di là del suo lavoro svolto sui pezzi, ci consegna un Paul McCartney che non solo, come già detto, sa ancora scrivere canzoni, ma dimostra soprattutto con questo suo tipo di presenza di aver saputo davvero influenzare le generazioni successive. Le stesse generazioni che in scaletta inseriscono qualche suo brano per far comprendere da dove proviene la loro musica. E le stesse generazioni che ascoltano questi nuovi pezzi indipendentemente dal fatto che siano di un artista chiamato Paul McCartney.