Tu sei qui

Noel Gallagher's High Flying Birds

Who Built The Moon?
Sour Mash
Il terzo album da solista di Noel Gallagher mantiene, in parte, la promessa di essere molto diverso dai precedenti
di Francesco Taranto
05 Dicembre 2017
Nell’anno in cui ha fatto il suo debutto da solista il fratello Liam (che abbiamo recensito qui), è uscito anche il terzo album dei Noel Gallagher’s High Flying Birds. Noel è da sempre il fratello più creativo dei due e ha voluto confermarlo in questo disco, affidando la produzione al DJ e musicista David Holmes (che negli anni ha remixato brani di U2, Doves, Manic Street Preachers e Primal Scream).

In tante interviste Noel ha promesso un album molto diverso dai precedenti, raccontando di aver composto tutti i brani in studio insieme ad Holmes, senza avere niente di già scritto, per allontanarsi il più possibile dal suo classico stile.

Who Built The Moon? mantiene in parte questa promessa, partendo subito con la strumentale Fort Knox, che sembra uscire direttamente da Screamadelica. Il primo singolo Holy Mountain, con il suo mix di Slade e Ricky Martin, abbassa un po’ le pretese, risollevate però dal quasi gospel di Keep On Reaching e dalla ipnotica It’s A Beautiful World.
La mano del produttore svanisce pian piano, con sempre meno influenze acide e psichedeliche, ma sale il livello delle composizioni di Noel, che regala il bel groove acustico di Be Careful What You Wish For, proseguendo quanto iniziato nel disco precedente con le jam acustiche The Dying Of The Light, The Right Stuff e While The Song Remains The Same.

La gioiosa Black & White Sunshine è tra le migliori dell’album, con un riff di chitarra che riporta agli Smiths. Ma non è questa la canzone in cui compare proprio l’ex Smiths Johnny Marr, che impreziosisce invece il folk di If Love Is The Law (con tanto di armonica a bocca, rara apparizione in un brano di Noel).
Chiude il disco, se escludiamo due interludi strumentali trascurabili, la maestosa The Man Who Built The Moon, in bilico tra classicismo alla Oasis e suoni moderni. Appaiono chiare le nuove influenze di Gallagher, da band come i Temples e i Vaccines, alle ultime sperimentazioni di Paul Weller o la collaborazione (poi scartata) con il duo elettronico Amorphous Androgynous.

Se nel disco precedente Noel avvisava con timore i fan della presenza di un sax, nel nuovo album figurano anche trombe, archi, flauto, piano Rhodes, loop elettronici e via dicendo. Anche se Noel non rinuncia a un certo auto citazionismo (qua e là ricompaiono il riff di Wonderwall, il groove di Fuckin’ In The Bushes, la melodia di AKA What A Life) o a citare i suoi eroi (Be Careful What You Wish For riprende il giro di basso di Come Together), il passo avanti musicale è comunque evidente.

Più che di un disco rivoluzionario o totalmente “nuovo”, si tratta di un ottimo punto di partenza per il futuro; se Noel proseguirà su questa strada potrà passare definitivamente da ex-Oasis a moderno artista psichedelico.