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Iggy Pop

Free
Loma Vista/Caroline International
“Questo è un album dove altri artisti parlano per me, ma io presto la mia voce”. "La sensazione di essere liberi" tanto cercata da Iggy Pop passa anche da questo nuovo album molto diverso dal precedente “Post Pop Depression”
di Leonardo Follieri
10 Settembre 2019
(Foto di Harmony Korine)
 
Alla fine del precedente lavoro solista, Post Pop Depression, dichiarava di voler andare a vivere in Paraguay, stato dell’America meridionale che dava anche il titolo al brano conclusivo dell’album. Iggy Pop, però, con Free ha fatto “di più”. “Volevo essere libero” ha dichiarato l’Iguana in merito al nuovo lavoro, scaturito da altre riflessioni sulla fine del tour precedente e grazie al quale pensava di essersi lasciato alle spalle “l’insicurezza cronica” che lo ha perseguitato per troppo tempo. E per affrancarsi l’ex Stooges ha deciso di eclissarsi rispetto al concetto stesso di punk, di rock o di Iggy Pop stesso per tutto ciò che rappresenta ormai storicamente, mettendo la sua voce al servizio della tromba di Leron Thomas e della chitarra di Noveller (all’anagrafe Sarah Lipstate), i principali artefici di quest’album “liberatorio”. “Questo è un album dove altri artisti parlano per me, ma io presto la mia voce...” sostiene in proposito James Newell Osterberg Jr. che comunque non si è cimentato per la prima volta in qualcosa di diverso dal solito, anzi, basti pensare per esempio ad Avenue B o all’album di cover Aprés, rispettivamente del 1999 e del 2012.
 
Free inizia proprio con il brano che dà il titolo a questo lavoro e l’atmosfera è subito spiazzante: paesaggi jazz percorsi da Iggy Pop che dichiara il suo intento di essere libero (e le uniche parole del testo, peraltro solo recitate, sono proprio “I Wanna Be Free”). In Loves Missing e in parte anche in James Bond si può ascoltare un’altra anima, più vicina a quella abituale dell’Iguana nonché ideale seguito di Post Pop Depression, mentre tra le due si colloca Sonali, pezzo che suona più come un omaggio all’ultimo Bowie, quello di Blackstar. Un artista sempre apparentemente sospeso, a parte quando si concede ulteriori suggestioni nella “più che disinvolta” Dirty Sanchez, e che nel finale regala all’ascoltatore addirittura tre spoken word come il conclusivo The Dawn e soprattutto come We Are The People e Do Not Go Gentle Into That Good Night: il primo è tratto da una poesia scritta da Lou Reed nel 1970, pubblicata ufficialmente l’anno scorso nel libro di poesie Do Angels Need Haircuts? e donata ad Iggy da Laurie Anderson (“Siamo vittime del manifesto indicibile della mancanza di profondità, di vuoto pieno e pesante”), il secondo da una di Dylan Thomas.
 
Free rappresenta comunque ancora una volta una novità inaspettata, tanto più ora che l’ex Stooges con questa sua voce cupa e riflessiva ha deciso di rimettersi in gioco in questo modo a 72 anni suonati: “So che è un’illusione – dice Iggy Pop – e che la libertà è solo qualcosa che senti, ma ho vissuto la mia vita fino ad ora con la convinzione che quella sensazione è tutto ciò che vale la pena inseguire; tutto ciò di cui hai bisogno, non per forza felicità e amore, ma la sensazione di essere liberi”.