Tu sei qui

Editors

Violence
Play It Again Sam
La band di Birmingham è sempre più tesa verso suoni da classifica, ma mantiene una certa dose di oscurità e spirito alternativo.
di Francesco Taranto
22 Marzo 2018
Il sesto album degli Editors, Violence, mette subito le cose in chiaro a partire dalle due tracce iniziali: la prima (Cold) è un brano pop dalla produzione elettronica moderna, che non sfigurerebbe in un disco dei Bastille ad esempio, mentre la successiva Hallelujah (So Low) mescola elettronica e rock drammatico ricordando i Muse.
Sono due lati della produzione recente della band di Birmingham, sempre più tesa verso suoni “da classifica”, pur mantenendo una certa dose di oscurità e spirito alternativo.
 
Gli Editors, forse non pienamente soddisfatti dai risultati del precedente In Dream (2015) hanno deciso di non produrre l’album da soli, affidandosi invece a Leo Abrahams (Brian Eno, Paul Simon, Jarvis Cocker, Carl Barat) che porta diversi elementi synth-pop. Il brano che dà il titolo al disco è, ad esempio, una magnifica traccia cupa e tetra, dominata dai sintetizzatori e con più di un rimando ai Depeche Mode, conclusa da una coda strumentale notevole. Anche Nothingness prosegue su questo filone, partendo come una ballata piuttosto scura ed evolvendosi in un ritornello radiofonico, e il primo singolo Magazine potrebbe essere un estratto di Sounds Of The Universe sempre dei Depeche Mode.
Sono lontani i tempi del primo album (The Back Room) in cui gli Editors si sfidavano con gli americani Interpol per il titolo di miglior gruppo del post-punk revival, cercando entrambi di restituire al meglio le atmosfere dei Joy Division. Gli Editors sono ormai una band differente, com’è giusto che sia essendo passati tredici anni da allora, complice anche l’uscita dal gruppo nel 2012 del chitarrista Chris Urbanowicz.
 
Pur avendo svoltato verso il pop elettronico, il gruppo non rinuncia ad emozionare, come nella splendida ballata al pianoforte No Sound But The Wind. Il brano risale addirittura al 2010, quando fu inserito nella colonna sonora del film Twilight, ma viene qui reinterpretato in versione piano/voce e, grazie al suo arrangiamento minimale, resta tra le canzoni migliori del disco.
Questa ritrovata atmosfera più intima continua, in parte, nella successiva Counting Spooks che annovera tra i propri riferimenti anche i Simple Minds nella potente coda del brano. Ma è soprattutto nei sei minuti della conclusiva Belong che ritroviamo le atmosfere personali e tetre di No Sound But The Wind, qui in chiave più elettronica, con un accompagnamento musicale glaciale che ben si addice all’oscurità del brano ed esalta la voce profonda di Tom Smith.
Un album in bilico tra leggerezza e tenebre, tra dolcezza e tragicità, tra amore e violenza, tra produzioni pop e sonorità più intime; ogni ascoltatore deciderà il proprio lato preferito.