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Paul Weller, l'esploratore

Calci sonori e pezzi "sperimentali", tra rock britannico e kraut tedesco. A 53 anni, il Modfather non smette di esplorare nuovi territori
Di Samantha Colombo
02 Aprile 2012

La sua voce non è mai cambiata: ferma e leggermente ruvida, animata da una monolitica convinzione quando racconta della sua musica con il tono deciso di chi, da quattro decenni, non solo si impone con il proprio stile a chiunque intercetti le sue melodie, ma s’insinua sottopelle a generazioni di artisti più e meno illustri.
Mr. Paul Weller, classe 1958, è tutto questo: racchiude in sé l’anima ribelle dei Jam e il fascino soul degli Style Council, per approdare all’estro creativo della sua discografia solista. Da vent’anni esatti, da quando viene dato alle stampe l’emblematico Paul Weller, ogni suo disco è il riflesso di un’ispirazione poliedrica, quella di chi non ha mai avuto la minima intenzione di farsi imbrigliare in stantie convinzioni di genere e tanto meno fossilizzarsi.
L’ultima volta che ho discusso con lui di un suo nuovo disco, il Modfather era in procinto di pubblicare Wake Up The Nation. Allora, lasciava senza fiato con una manciata di brani dissimili e veloci, tra incursioni strumentali, Mellotron e arpa ad approfondire il parco strumentale fino ad approdare alla creazione di Trees, una vera e propria opera rock in cinque atti: un turbine emozionale e stilistico che diventa inno al risveglio della coscienza collettiva a colpi di Rickenbacker. Oggi, a un paio d’anni di distanza, Weller illustra le sfaccettature di un disco che sembra agli antipodi rispetto al precedente, ma conferma l’inesauribile voglia dell’artista di superare se stesso.

L’ultimo capitolo in studio dell’artista del Surrey elude totalmente l’orizzonte d’attesa, mantenendo come punti cardine l’equilibrio melodico e lo spessore dei testi che, da sempre, caratterizzano la produzione welleriana, fondendo in un’unica materia coerenza e sperimentazione. «Desideravo rappresentare una sorta di viaggio sonoro, che mi permettesse di giocare con i suoni un po’ di più rispetto all’ultimo lavoro», racconta Weller nel suo inconfondibile accento. «Ho ascoltato molta musica elettronica mentre lavoravo a Sonik Kicks, sai? Ho cercato di aprire la mia mente a tutta la musica, non solo al pop».
La prima delle molte sfaccettature che s’impongono dall’ascolto dell’album è il massiccio impatto elettronico, con sonorità mutuate dal krautrock che arrivano ad instillare in alcune tracce persino la ritmicità dub. «Sono convinto sia un disco innovativo, non ce ne sono di simili in giro. Suona in modo unico, è questa la sua originalità».
L’artista racconta di aver comprato, durante le registrazioni, molti dischi stampati in Germania, una finestra spalancata sull’universo krautrock. «Tutto è nato per via di un commento in uno dei molti giornali musicali inglesi. Hanno recensito 22 Dreams e citato alcuni brani come somiglianti a dei lavori dei Neu! con rimandi a questo genere. Non avevo mai ascoltato nulla di tutto questo quindi sono andato a comprarmi quei dannati dischi. Ecco come imparare qualcosa di nuovo mentre stai facendo il tuo lavoro. Credo che Sonik Kicks suoni veramente alla grande mentre si guida. È musica per viaggiare, ovunque tu voglia andare».
Prerogativa di un simile percorso declinato in musica è la continua metamorfosi di atmosfere e proprio questo sembra avvenire nelle 14 tracce: una miscellanea di generi diversi che fluiscono nello stesso disco, registrato ai Black Barn Studios di proprietà di Weller, con la collaborazione di due nomi ben noti nella sua discografia, il produttore Simon Dine e l’ingegnere del suono Charles Rees. Continua così a manifestarsi una volontà espressiva da sempre cuore pulsante della coscienza artistica di Weller e che sembra spingersi ai vertici espressivi nei due ultimi capitoli della sua storia. Così, accanto a canzoni dalle reminiscenze teutoniche come Green e Kling I Klang, c’è un brano dal nocciolo acustico e a dir poco pastorale quale By The Water. Abilità di Weller, del resto, è quella di fondere tutti questi elementi in modo non solo omogeneo, ma sorprendentemente spontaneo, affiancando a una The Attic che balza indietro verso il rock’n’roll più classico degli anni 50 l’incanto del flamenco di Drifters.
«Penso che il disco rispecchi il mio modo di ascoltare la musica. È eclettico perché riflette il mio gusto musicale. Non riesco a concepire l’ascolto della musica sulla base di categorie, anzi l’ho sempre considerata nel suo insieme, da scoprire, in grado di rivelare stili diversi e anche contrastanti».
In questo amalgama c’è posto per una traccia dalla melodicità incisiva come il primo singolo That Dangerous Age che «dovrebbe essere una canzone ironica sulle persone di mezza età e su come la società, in modo particolare quella inglese, si relaziona con loro». Addentrandosi sempre più nella nuova opera si scopre che Study In Blue, dal retrogusto Style Council, vede la collaborazione della signora Hannah Weller, che canta accanto al marito. In questo continuo sguardo al futuro, un ulteriore elemento di contatto con i precedenti episodi è proprio quello delle collaborazioni artistiche, da sempre punto focale nella carriera dell’artista in studio e sul palco, da quella con Bruce Foxton, bassista nei Jam riapparso in Wake Up The Nation, all’ormai storico duetto con Amy Winehouse. In Sonik Kicks compaiono nuovamente figure ben note nell’universo di Weller come quella di Steve Cradock e Aziz Ibrahim, rispettivamente già Ocean Colour Scene e Stone Roses, affiancati da diversi membri della sua famiglia: basti pensare al brano conclusivo del disco, Be Happy Children, dove cantano anche i figli Leah e Mac. «Non si tratta di un clan che pianifica di fare delle cose, ma è solamente un disco che nasce e si sviluppa», precisa lui. «Si inizia a lavorare su una traccia, quindi può saltar fuori l’idea che una persona possa suonare o cantare bene su di essa. È il caso di mia moglie. È una tecnica che funziona».
Ma non è tutto. Spuntano infatti tra le trame sonore anche altre due conoscenze del musicista albionico, dai nomi quantomeno luminosi: Noel Gallagher e Graham Coxon. I due, artisti diversi e per vari punti di vista agli antipodi, sono stati rappresentanti del grande ritorno del rock britannico negli anni 90 con Oasis e Blur, e sono accomunati dalla presenza dell’icona welleriana sui personali altarini artistici. «Credo di aver incontrato per la prima volta sia Noel sia Graham nei primi anni 90 e siamo diventati amici col passare del tempo. Sono entrambi ottimi musicisti, abbiamo suonato molto spesso insieme e mi è bastato chiamarli per invitarli a far parte di questo disco. Graham suona la chitarra e l’Hammond in Dragonfly, mentre Noel suona il basso in When Your Garden’s Overgrown e devo dire che entrambi se la cavano piuttosto bene».
Proprio parlando di strumenti, ci si ricorda come gli arrangiamenti strumentali non siano certo estranei alla carriera di Weller: basti pensare alle lunghe improvvisazioni che sono parte integrante nei suoi show, vere e proprie jam session che espandono brani storici e non solo. Anche in questo disco compaiono tracce ipnotiche e raffinate come Twilight e Sleep Of The Siren poiché, come sostiene l’artista, «ho voluto fare un album che non fosse semplicemente musica, ma qualcosa che somigliasse di più alla colonna sonora di un film che mi permettesse di esplorare e di confrontarmi con qualcosa di più complesso».
Su questo sfondo, dove si annodano e distendono le voci strumentali più diverse, scorrono i versi del cantautore, parte integrante della sua espressività e spesso saldamente legati alla realtà britannica. L’approccio cantautorale del gentiluomo del Surrey spazia ancora una volta dagli scorci di vita quotidiana verso la complessità della realtà intorno, sfiorando tematiche quali l’iniquità sociale e scendendo in ripiegamenti emozionali intensi e toccanti. «Fondamentalmente si tratta di uno sviluppo naturale, non decido cosa scrivere, ma è qualcosa che arriva spontaneo mentre sto lavorando alla musica. E può essere qualsiasi cosa abbia in mente». Questa ispirazione fa sì che un brano come Kling I Klang tocchi nei suoi versi il tema del coinvolgimento britannico nelle guerre in Medio Oriente, mentre Paperchase sia dedicata alle anime perdute e alla cecità di fronte al reale valore delle cose, sino a che non scompaiono.
Il flusso emozionale, come di consueto per Weller, viene impresso sin dai primi passi in studio. «Non avevamo alcuna idea e per questo motivo il disco è nato in modo spontaneo. A volte ho fatto delle jam su una base musicale, un’idea precedentemente registrata e ho chiesto ai musicisti di fare lo stesso, fino a dare un senso al brano su cui si stavo lavorando. Abbiamo solo editato alcune parti per dare una forma al lavoro, ma di base, quando hai una traccia ti concentri sullo stato d’animo su cui stai lavorando, che può essere suggerito dai testi, componente per me molto importante». Operazioni di abbozzo e cesellatura che continuano per circa un anno, sebbene non in modo continuativo.
Mentre Weller racconta tutto questo, sono iniziate le prove per il concerto della prossima domenica [vedi riquadro in questa pagina], la prima delle cinque serate che lo vedranno tirar giù la Roundhouse di Londra dalle fondamenta e che vedranno la band tentare di rimanere il più possibile fedele alle sonorità del disco, con il tocco dirompente che caratterizza i concerti dell’artista.

Quello che conquista di Paul Weller, oltre a un conclamato talento e a un entusiasmo capace di incidere solchi profondi nell’anima e trascinare via, è una voglia di guardare avanti che sembra quasi sfidare l’incoscienza. «Sono molto più interessato a ciò che sto facendo adesso rispetto al passato: ora che abbiamo iniziato a provare per il prossimo tour sono entusiasta all’idea di suonare le nuove canzoni, è una sorta di sfida che ti emoziona nel fare musica», sottolinea, lasciando trasparire la sua passione. «Questo disco è un ulteriore passo avanti per me e penso che, soprattutto gli ultimi tre, mi abbiano portato in direzioni diverse tra loro e rispetto a tutto ciò che ho fatto con la mia musica. È un ottimo momento per me e penso si rifletta nelle mie opere. Ma non sono entusiasta nel riascoltare i miei ultimi dischi quanto piuttosto per la prospettiva di quello che sarà il prossimo, per dove posso portare la mia musica. Sono molto ottimista: ho la possibilità di poter andare ovunque, senza alcun vincolo».
Questo è il vero Paul Weller: l’essenza del cambiamento, il coraggio della propria forza e mezzo secolo di energia in rigenerazione ininterrotta.