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Lelio Camilleri e il fascino dei Caravan

La musica in grigio e rosa della band inglese in un nuovo testo Arcana
di Donato Zoppo
13 Novembre 2020
Quando si parla di rock europeo, in particolare della grande esperienza britannica del progressive, è inevitabile citare Canterbury. Eppure riscuotono ancora oggi maggiore interesse e una più spiccata curiosità formazioni come Soft Machine e Gong, mentre i longevi – e ancora attivi! – Caravan sono sempre lì, in secondo piano. E dire che probabilmente l’incarnazione più autentica della musica della città del Kent, una scuola/non scuola che affascina anche per questo tono sfuggente, è proprio quella dei Caravan.
Ne parliamo con Lelio Camilleri, autore di La musica in grigio e rosa. La produzione discografica dei Caravan 1968-1982 (Arcana).
 
Musica in grigio e rosa. Il titolo della tua ultima fatica non richiama solo il capolavoro dei Caravan, ma anche le tinte tenui e delicate che sono l’essenza della loro musica. È così?
È vero, la musica dei Caravan può essere associata a questi colori, che sono quelli del tramonto visto dalla collina del villaggio di Graveny, uno dei luoghi dove hanno costruito il loro primo album. Il mix di brani con forma canzone e le suite strumentali, insieme alla sonorità complessiva del gruppo, possono richiamare questi colori sfumati. Anche la loro carriera musicale può essere associata a momenti rosei e periodi più grigi, in cui hanno dovuto superare molte difficoltà per diffondere la loro musica.
 
Dopo aver approfondito Abbey Road dei Beatles e Larks Tongues In Aspic dei King Crimson, osservi in toto la discografia di una band apparentemente meno originale ma in realtà assai riconoscibile. Quali sono le caratteristiche più peculiari e distintive della musica dei Caravan?
Se per i Beatles e i Crimson mi interessava centrare l’attenzione su di un album ben preciso, i Caravan, secondo me, andavano esaminati in un arco temporale più vasto, comprendente le differenti produzioni discografiche.
La caratteristica principale dei Caravan, presi nel complesso della loro produzione, è sicuramente la  melodia, un elemento legato alla canzone o alla ballata, forme a cui questo gruppo si riferisce, ampliandole. L’ampliamento di queste forme riguarda principalmente l’inserimento di sezioni strumentali più o meno lunghe, in cui l’organo prima e la viola poi sono gli strumenti emergenti. Altra caratteristica derivata da queste è la sintesi di più generi, legata soprattutto al primo periodo. Infine la forte impronta inglese, dovuta principalmente al timbro delle voci di Sinclair e Hastings.
 
Inevitabile parlare di Canterbury e di quella Wellington House dove, grazie a Wyatt, Sinclair, Allen, Hopper e altri nacque una “scena” che poi scena non è, come ricordato dagli stessi Caravan. Qual era la loro posizione in questi ambienti dominati dai più eccentrici Soft Machine e Gong?
I Caravan sono la vera essenza canterburiana, molto più dei Soft Machine e dei Gong che si sono formati rispettivamente a Londra e in Francia. I Caravan incarnano musicalmente la provincia inglese, in contrapposizione alla Londra metropolitana. Rispetto ai due gruppi, sono quelli che maggiormente sperimentano la sintesi di tratti stilistici appartenenti a diversi generi. L’aspetto ironico di questa loro aura inglese è che sono stati più amati in Francia, Olanda e Italia!
 
La melodia e la canzone sono elementi cari ai Sinclair e Hastings, ma in un periodo complesso come gli anni ’70 potevano essere controproducenti: i Caravan hanno pagato per questa loro “morbidezza”?
Non credo, almeno per quanto riguarda i Caravan dei primi album. L’attenzione allo sviluppo melodico, e non alla melodia cantabile, è sicuramente un tratto che li differenzia dagli altri gruppi canterburiani e, in parte, anche da quelli del progressive rock in generale. Forse questo approccio in termini di audience l’hanno pagato successivamente, quando, da Blind Dog in St. Dunstans, in poi, sono stati etichettati come un gruppo che faceva solo “canzonette”. Affermazione quanto mai errata.
 
Quali sono i rapporti tra i Caravan e il calderone progressive?
Come spiego nel capitolo introduttivo, e parzialmente avevo già fatto nel libro su Larks’ Tongues in Aspic, vedo il calderone del progressive rock articolato in quattro punti cardinali. Nell’asse verticale, in alto colloco tutti i gruppi che possono essere visti come il rock progressivo mainstream (Genesis, Gentle Giant, ELP, Van der Graaf, etc), mentre in basso le band afferenti alla scuola di Canterbury. Nell’asse orizzontale, a destra i King Crimson, mentre a sinistra Zappa, gli Henry Cow e i Faust. I Caravan, quindi, fanno parte della schiera dei gruppi di Canterbury i cui i musicisti spesso si sono ritrovati a suonare fra di loro ciclicamente, in formazioni diverse e si trovano a loro agio all’interno di generi diversi.
 
Ci sono vari modi di raccontare la musica. La tua narrazione, da compositore e docente di composizione elettronica al Conservatorio Martini di Bologna, si è concentrata sugli ingredienti principali, partiture alla mano. Quali album dei Caravan meritano approfondimento dal punto di vista tecnico-compositivo e perché?
L’unico album che viene analizzato in modo dettagliato, in tutti i brani che lo compongono, è In The Land of Grey and Pink: una evidente sottolineatura del suo valore. L’album rappresenta il picco creativo della band, che si dipana sia nella suite Nine Feet Underground, con la forte impronta strumentale, che nei brani che declinano la forma canzone e quella della ballata in modo innovativo. L’abbondanza creativa di quel periodo fa sì che un brano molto bello come Frozen Rose non sia stato incluso nel disco originale per i limiti di durata del vinile.
Sono ovviamente interessanti anche i primi due album perché presentano in modo embrionale le idee musicali che avranno il loro pieno sviluppo in In the Land of Grey and Pink. Degli album della seconda fase credo che For Girls Who Grow Plump in the Night e Blind Dog at St Dunstans rappresentino il meglio della scrittura di Pye Hastings, soprattutto nella forma della  canzone estesa in cui si articolano parti vocali e strumentali.
 
Spesso sottolinei l’attenzione stereofonica, la collocazione degli strumenti: i Caravan sono anche pittori del suono?
Devo dire che i Caravan, pur nelle diverse produzioni, hanno sempre avuto un’attenzione all’organizzazione sonora dovuta anche alla bravura di Dave Hitchcock, il produttore con il quale hanno lavorato per molti album della prima fase. Come accade per quasi tutti i gruppi, ogni album ha un sound diverso, ma i Caravan tendono a organizzare le tessiture sonore con alcune strutturazioni ricorrenti, sia nell’organizzazione dello spazio sonoro che nella creazione degli impasti timbrici.
Nei primi album il timbro è dominato dal suono moderatamente distorto dell’organo, mentre nella seconda fase gli strumenti che marcano il sound sono principalmente la viola e la chitarra. Naturalmente, questi sono gli elementi timbrici emergenti, sostenuti dalle linee vocali e strumentali, le quali presentano anch’esse delle peculiarità sonore.
 
Nella seconda metà degli anni ’70 Richard Sinclair raggiunge un notevole consenso con i Camel, i Caravan si avviano ad album più annebbiati, come tanti loro colleghi d’altronde. Cosa salvi nella loro discografia post For Girls Who Grow Plump In The Night?
Il mio libro vuole anche mettere in risalto alcuni aspetti musicali molto interessanti della produzione successiva a For Girls Who Grow Plump in the Night. Penso a brani come The Dabsong Conshirtoe (Cunning Stunts), una suite articolata in parti vocali e strumentali molto ben strutturata nella forma globale oppure a Jack and Jill o All the Way (Blind Dog at St Dunstans), due brani molto ben riusciti all’interno della struttura della canzone estesa.
Nei due album anni ’80, la bellissima canzone Brighy Shiny Day di Hastings (The Album) ricorda le melodie dei tempi passati. In Back to Herne Bay Front di Richard Sinclair (Back To Front) si può riascoltare la sua meravigliosa voce insieme alle complesse ma sempre pulite linee del basso, con l’aggiunta di alcune sequenze in cui i suoni naturali rievocano ambienti marini. Un brano che, simbolicamente, chiude il cerchio dell’esperienza dei Caravan, nei quattordici anni che vanno dal 1968 al 1982.