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La profezia di Santana

Lui ne è certo: il 2012 è l’anno di un nuovo inizio. Nel nuovo album invita i popoli al dialogo, celebra la spiritualità e ci esorta a non sottovalutare il potere della musica
Di Massimiliano Spada
05 Settembre 2012

La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo ad appartenere alla terra. Ogni cosa è connessa, nello stesso modo in cui il sangue scorre nelle vene dei membri di una famiglia, unendoli. L’uomo non ha tessuto la trama della vita, egli è semplicemente uno dei suoi fili. Qualunque cosa faccia ad essa, egli la fa a se stesso».

Sfogliando il booklet del nuovo album di Santana, Shape Shifter, veniamo accolti da queste parole tratte da una lettera inviata nel 1855 dal Capo Seattle della tribù Duwamish in risposta al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce, il quale si offriva di acquistare parte dei territori delle tribù indiane stanziate intorno al Puget Sound con la promessa di creare una riserva destinata alla loro gente.

Oggi, Santana amplifica le sagge parole del capo indiano con la sua inconfondibile chitarra, trasformandole in un messaggio universale, un monito rivolto a tutti i popoli affinché imparino a vivere in armonia gli uni con gli altri e in comunione con Madre Terra. Un concetto semplice, indubbiamente giusto, eppure estremamente complesso da mettere in pratica, soprattutto nelle cosiddette società civilizzate. Santana però non si arrende e nel 2012, l’anno della fine del mondo, predica la possibilità un nuovo inizio. «I Nativi Americani credevano di poter mutare la propria forma, trasformandosi in una tartaruga, un coyote, un lupo, un’aquila. Io credo nella possibilità di creare una musica strumentale che abbracci, inglobi tutti gli idiomi e tutte le musiche, facendo della melodia un linguaggio universale».

Un messaggio che il chitarrista ha cercato di diffondere anche attraverso una lunga conference call che lo ha messo in contatto con diversi giornalisti di ogni parte del mondo, ai quali ha raccontato la genesi di Shape Shifter, la sua profonda spiritualità, e ha ribadito che la musica può davvero cambiare il mondo. Noi di JAM c’eravamo, e nel nostro piccolo cerchiamo di contribuire alla diffusione del messaggio di pace di Carlos Santana.

Raccontaci come hai elaborato il concept di Shape Shifter.

«Grazie per averlo chiesto. Ogni persona su questo pianeta deve capire che il cambiamento è inevitabile, mentre la crescita è facoltativa. Dobbiamo esserne consapevoli. Finché un individuo non ha la volontà di crescere o finché non permette che questa volontà possa svilupparsi, è destinato a rimanere intrappolato nell’infelicità, a vivere un’esistenza miserabile. Ma se questa volontà esiste e viene incoraggiata, allora si possono compiere miracoli, si è benedetti dalla creatività, dal vigore, e si possono avere grandi idee, visioni».

Quali sono gli aspetti spirituali e musicali della cultura dei Nativi Americani che catturano il tuo interesse in quanto essere umano e che ti ispirano in quanto musicista?

«Credo sia giunto il momento di invitare i nostri fratelli e le nostre sorelle – coloro che io definisco i primi popoli ad aver abitato questa terra – a venire nelle università per insegnare ai nostri figli come vivere in armonia con Madre Terra. Siamo ossessionati dalla tecnologia, dai computer e dai satelliti; non ci accorgiamo che ci stiamo allontanando ogni giorno di più dal centro del nostro cuore. Vorrei incoraggiare le Nazioni Unite a riaprire il dialogo con i Nativi Americani, a raggiungere finalmente un accordo affinché il 2013 venga proclamato l’anno del bambino, della donna, dei primi popoli della terra. Ogni persona su questo pianeta ama l’onestà, l’uguaglianza, la giustizia. Sperimentare questi valori è mille volte meglio di qualunque film con effetti speciali, pieno di esplosioni e morti. Ricordate quando è stato abbattuto il Muro di Berlino, quando Mandela è stato liberato, quando abbiamo celebrato l’arrivo del nuovo millennio come un’unica grande famiglia? Queste sono le esperienze che ci emozionano profondamente, perché non siamo dei robot, siamo esseri umani e reagiamo positivamente ai valori spirituali».

Come fai a trovare fonti d’ispirazione sempre nuove?

«Leggo moltissimo. Sono alla costante ricerca di libri che mi ricordino dello straordinario potere di cui dispongo: sono il mio cervello e le mie molecole ad obbedire a me, non il contrario. Leggo libri in cui si riafferma il valore di termini come DOW – che sta per Divine One Within [letteralmente il divino all’interno di sé] – o ancora santo, sciamano, messaggero, il sé più alto e autentico... parole che ti ricordano che non sei una vittima indifesa della società o cose del genere».

Credi che la musica possa davvero cambiare il mondo, che la sua influenza possa estendersi anche al di là della ristretta cerchia degli appassionati?

«Assolutamente! All You Need Is Love dei Beatles, What’s Going On di Marvin Gaye, What A Wonderful World di Louis Armstrong, No Woman No Cry e One Love di Bob Marley, A Love Supreme di John Coltrane. Sono convinto che se il manipolo di persone che possiede tutte le stazioni radio del mondo mi desse ascolto e accettasse la mia richiesta di trasmettere questo tipo di musica per due mesi in ogni centro commerciale, parcheggio e hotel, si registrerebbe una significativa diminuzione della violenza, degli abusi domestici, degli stupri, delle molestie ai minori. Se mi lasciassero fare un esperimento, anche solo per un mese, sono certo che si verificherebbe un notevole cambiamento nei comportamenti delle persone. La musica ha il potere di liberare la gente dal giogo dell’ira e della paura».

In questo momento, quali sono gli artisti che come te si stanno adoperando per creare un reale cambiamento attraverso la musica?

«Sting, Stevie Wonder, Lady Gaga. Tanti giovani hanno capito che un gelato è molto più buono se lo si gusta in compagnia».

Questo album segna un distacco dai precedenti quattro registrati per l’Arista. Come hai trovato la giusta formula sonora e in cosa, secondo te, Shape Shifter si differenzia maggiormente?

«Prima di tutto odio quella parola, formula. È più adatta a un laboratorio in cui si cerca di creare una cura per il cancro o qualcosa del genere... quella sì che è un’accezione positiva. Ancora ancora potrei capire l’uso di quel termine riferito alla creazione ad hoc di un hit radiofonico. Ma per quanto riguarda me e quest’album è l’esatto opposto: il concetto di formula viene sostituito da quello di fiducia».

Quale criterio hai impiegato per selezionare nel corso degli anni le canzoni che un giorno avrebbero dato vita a Shape Shifter?

«Non è stato molto diverso dal creare una ricetta o confezionare un abito su misura: se stai cucinando, sai bene quali sono gli ingredienti che stuzzicano maggiormente il tuo palato, e se sei un sarto sai perfettamente come disegnare un abito ben proporzionato. Lo stesso accade con la musica. Per esempio, ho l’abitudine di testare i cd in macchina. Metto i brani in una certa sequenza e mi faccio un giro: mentre guido mi accorgo all’istante se fluiscono in modo armonioso o se invece c’è qualche elemento disturbante».

All’album hanno collaborato Benny Rietveld, Chester Thompson, Dennis Chambers, Raul Rekow, Karl Perazzo e due vocalist, Andy Vargas e Tony Lindsay. Quale contributo hanno apportato al disco, come singoli e come collettivo?

«Sono molto più che colleghi... ognuno di loro ha portato in dote il proprio spirito, la propria impronta umana e artistica, i propri colori, la propria creatività. CT [Chester Thompson] ed io, ad esempio, abbiamo collaborato dal 1983 fino a circa due o tre anni fa, e ho intenzione di lavorare ancora con lui nel prossimo futuro».

Dopo gli straordinari successi ottenuti nel decennio passato grazie alle collaborazioni con cantanti di ogni estrazione musicale, com’è stato potersi concentrare non su una voce, ma semplicemente sull’alchimia tra te e la band?

«In realtà non ho mai smesso di pensare al cantante, a come rendere la mia chitarra complementare alla sua voce... La differenza è che questa volta cantante e chitarra sono tutt’uno».

Mentre lavori all’arrangiamento dei brani come capisci quale strumento è meglio utilizzare per ogni parte musicale?

«Le percussioni sono come i jalapeños piccanti [peperoncini messicani]. Le melodie invece sono cibo per l’anima...».

Da dove arrivano le melodie che componi?

«Questa è un’ottima domanda. Arrivano dall’alto. Non si tratta di astrusi meccanismi mentali, né ha a che fare con l’essere fighi o intelligenti. È come una voce che viene dal centro esatto del cuore, o dall’alto, da un luogo in cui regna il silenzio, lontano dalle distrazioni e dalle scimmie urlatrici che affollano la nostra testa».

Quali melodie di questo album ti sono semplicemente “arrivate”?

«Sicuramente Spark Of The Divine... per quanto sia breve ha una melodia potente. Shape Shifter invece è nata in modo inaspettato: abbiamo iniziato a suonare ed eccola lì, certe cose accadono proprio nel momento in cui meno te le aspetti».

In Shape Shifter e Nomad sei riuscito a fondere differenti generi musicali. È un’esperienza liberatoria per un artista?

«Mi viene naturale, lo faccio dal primo giorno in cui ho preso in mano una chitarra. Questo perché non ho mai permesso a nessuno di dirmi cosa fosse giusto o sbagliato riguardo alla mia musica».

Cosa puoi dirci di Angelica Faith?

«È per mia figlia, Angelica. CT ha iniziato a suonarla e gli sono andato dietro. In pratica l’abbiamo scritta metà ciascuno... lui ne aveva una parte e io ho scritto l’altra su due piedi. È stato così gentile da condividere questo brano».

Da dove è arrivata l’ispirazione?

«Angelica è unica. Fin da quando era molto piccola ha sempre detto cose tipo “Vorrei che avessimo tutti la pelle color cristallo... così potremmo essere diversamente uguali”. Io la guardavo stupefatto e lei se ne stava lì con un’espressione tipo... “Non capisci, vero?”. Allora le rispondevo: “Hai ragione, non ho capito. Ma dove hai sentito questa cosa?”. E lei: “Mi è semplicemente venuta in mente!”. Angelica ha questo dono, amiamo entrambi la spiritualità».

Tuo figlio Salvador invece ha suonato in In The Light Of A New Day, Canela e Ah, Sweet Dancer. Com’è stato registrare con lui?

«Grazie per questa domanda. Considero un grande dono di Dio poter suonare, condividere e scambiare idee con mio figlio. È un’esperienza entusiasmante. Da musicista, quando suono con mio figlio, oppure suono qualcosa con e per mia figlia, ma anche con mia moglie Cindy, è molto importante assicurarsi che non ci siano pericoli: è un po’ come accertarsi che in giro per casa non ci siano oggetti coi quali un bambino può ferirsi. È così che si suona con i propri figli: devi assicurarti che ci sia rispetto reciproco, comunicazione, mutuo scambio, nessuna imposizione».

Eres la luz è l’unica canzone cantata. Perché hai deciso di inserirla in un album strumentale?

«Se c’è un messaggio che vorrei diffondere è che ognuno di noi è parte del divino: “Possano gli angeli del cielo benedirci e infondere in noi una profonda consapevolezza della vita”. L’espressione eres la luz significa che prima ancora di essere bianchi, neri, irlandesi o qualunque altra cosa, prima di tutto eravamo luce».

Mr. Szabo, invece, sembra un omaggio al chitarrista ungherese Gábor Szabó. Che influenza ha avuto sulla tua musica?

«Gábor Szabó mi ha praticamente salvato dal naufragio nell’oceano di B.B. King, che io ho sempre chiamato bonariamente la Balena Bianca o Presidente del Consiglio di Amministrazione. Ai tempi tutti erano in qualche modo figli di B.B. King... Eric Clapton, Peter Green, perfino Buddy Guy. Gábor mi ha portato via e mi ha regalato un disco chiamato Spellbinder, che ha letteralmente cambiato la mia vita e il mio approccio alla musica. Oltre ad essere un gipsy ungherese, Szabó è stato il primo a suonare California Dreamin’ creando una miscela di pop e chitarra jazz. Certo, prima di lui c’è stato Miles Davis, ma per quanto riguarda la chitarra, prima di Wes Montgomery e George Benson è stato Gábor Szabó a intuire che si potevano suonare pezzi pop con accordi jazz».

Fin dall’inizio, i chitarristi hanno identificato il Santana sound con il suono della Gibson SG collegata a un amplificatore Marshall (poi Mesa Boogie). Poi nel 1980 hai iniziato a suonare chitarre Paul Reed Smith. Le nuove tecnologie hanno in qualche modo influenzato il tuo sound nel corso degli anni? Oppure sei rimasto fedele al tuo equipaggiamento vintage?

«Direi tutte e due le cose. Riesco ad adattarmi a ogni tipo di situazione, perché qualunque strumento uso, faccio in modo di tirarne fuori il suono che piace a me, genuino, onesto, reale. Questo è il mio sound».

È cambiato il tuo approccio alla chitarra nel corso degli anni?

«Sapete, è un po’ come chiedermi se da giovane bevevo in modo diverso da adesso... diciamo che continuo a mettere qualcosa nella mia bocca e deglutisco... Suonare la chitarra rimane un processo misterioso: tutt’oggi non ho la minima idea di cosa sto facendo. Mi approccio alla musica e alla chitarra come a un pollo arrosto: niente coltello e forchetta, mangio con le mani».

In luglio sarai in tour negli Stati Uniti. Cosa dobbiamo aspettarci dallo Shape Shifter East Coast Tour e dai concerti con la Allman Brothers Band?

«Sarà una sorpresa. Ci siamo scambiati della musica a vicenda e sono disposto a suonare i loro brani tanto quanto i miei. Di solito non è così, perché è una cosa che fanno tutti. Preferisco suonare pezzi nuovi, in cui è possibile creare un nuovo sound, ma può capitare che alcune persone storcano il naso o si offendano. Questa volta la parola d’ordine sarà divertimento».

Il tour toccherà anche Europa e Asia a breve?

«No, l’abbiamo già fatto e non vogliamo approfittare troppo della vostra ospitalità».

La tua residency di due anni alla House Of Blues del Mandalay Bay, a Las Vegas, è stata annunciata come una serie di show intimi. In che cosa differiscono dai tuoi normali concerti?

«I set hanno una struttura molto flessibile, è una specie di laboratorio... un po’ come stare in un salotto in cui è possibile instaurare un dialogo, avere uno scambio col pubblico».

Hai da poco fondato una tua etichetta. Quali saranno le prossime uscite targate Starfaith Records?

«Ci sono in cantiere tre o quattro progetti... un nuovo disco firmato Santana, uno insieme a Cindy, e poi mi piacerebbe realizzare un altro album strumentale perché ho un sacco di idee».

Nel corso degli anni hai collaborato con molti dei migliori musicisti sulla piazza. C’è qualcuno col quale ti piacerebbe lavorare in futuro?

«Lady Gaga, e poi, vediamo... qualche musicista africano. Ho scoperto che in Persia, a Istanbul, a Gerusalemme, fino ad arrivare in India, ci sono band che seguono i Metallica e Santana. Mi piacerebbe molto suonare con loro, imparare qualche segreto delle loro tecniche vocali e dei loro fraseggi musicali. Li trovo estremamente interessanti».

È passato un po’ di tempo da quando sei apparso come una cometa al festival di Woodstock del 1969. Qual è il tuo ricordo più vivo di quell’esperienza?

«Avevamo la percezione che fosse molto reale... un organismo vivente formato da un insieme di esseri umani con gli stessi ideali, le stesse aspirazioni. Volevamo tutti la pace, la fine della guerra in Vietnam e di tutte le guerre in atto nel mondo. Un vero guerriero porta la pace, non la guerra».