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Andrea Cavallo e 51 pezzi dei Fab Four...

Con "Inside The Beatles" il musicista torinese si addentra nei segreti del songbook beatlesiano
di Donato Zoppo
30 Dicembre 2017
Sui Beatles si è detto e scritto tantissimo. E si continua ancora a produrre letteratura, sia essa consegnata a saggi ponderosi – recentissimo è il nuovo libro su Sgt. Pepper di Francesco Brusco per Arcana – e ad articoli di approfondimento, sia espressa con rivisitazioni del songbook beatlesiano, sempre utili per confrontarsi con un altro punto di vista.
Andrea Cavallo sintetizza in un sol colpo la faccenda, da un musicista non nuovo alla scrittura (lo ricordiamo negli anni '90 con i prog-rockers Contrappunto e più recentemente con la sua attività in proprio), da autore del nuovo libro Inside The Beatles. 51 pezzi dei Fab Four per vivere meglio (Edizioni Effedì), al quale è allegato un cd che offre una sorta di “prolungamento sonoro” delle sue riflessioni.
 
Dicevamo che sui Beatles si è detto tantissimo, ma basta soffermarsi anche solo velocemente sulla letteratura in materia per rendersi conto che rispetto all'aneddotica o alla storia della band, l'attenzione per la composizione ha trovato sempre uno spazio più limitato. Il tuo Inside The Beatles parte proprio da questo spunto...
Sì, vero. È proprio l’idea portante dell’opera. Non avrebbe avuto senso aggiungere dettagli storiografici, anche perché forse, davvero, su di loro, non si può. Si trattava, sostanzialmente, di dire ciò che sino ad ora non era stato detto, o meglio, fare ciò che sino ad ora non era stato fatto. Un musicista mette mano alla musica, la decostruisce, la riconsegna all’ascoltatore. Una guida all’ascolto, un’esegesi.
 
Perchè 51 pezzi? E soprattutto: perchè ci fanno vivere meglio?
Beh, come dico nell’introduzione del libro... È una citazione. Di me stesso, tra l’altro: scrissi e pubblicai “51 dischi per vivere meglio”, un po’ di anni fa, volto ad abbracciare un percorso interdisciplinare tra i generi. Qui ho ristretto l’ambito. Ma son sempre io.
 
Il canzoniere beatlesiano è senza dubbio l'emblema dell'evoluzione e della versatilità, ma se volessimo trovare un filo conduttore, una sorta di elemento unificante, cosa pensi possa accomunare una She Loves You a una Come Together?
In riferimento ai brani da te citati la forma canzone, direi. Se poi mi chiedi cosa accomuni I Saw Her Standing There e Revolution 9 ti rispondo che non lo so...
 
Da musicista, cosa ti ha colpito di più della composizione beatlesiana?
Paradossalmente, ciò che mi colpisce è proprio una sensazione da non-musicista. Il dono. La fortuna di quel tipo d’ispirazione. Zero preparazione, solo un humus felice, fortunatissimo, da cui tutto nacque. Non basterebbero cento sociologi, credo.
 
Quale pensi sia l'elemento del songwriting lennon-mccartneyano più moderno, ancora attuale?
Ah, banalmente, credo, saper scrivere belle canzoni. Voglio dire, in ambito di popular music, nulla è cambiato, nella sostanza. Sono diversi i contenitori, ma non il contenuto. E di talento melodico-armonico c’è sempre bisogno. Dai Lieder di Schubert in poi, se vogliamo. Ma in realtà da molto prima...
 
I Beatles sono stati anche quattro grandi personalità: dal punto di vista compositivo, quali sono state le peculiarità dei singoli Lennon, McCartney, Harrison e Starr?
Domanda difficile... Provo, cercando la sintesi. Il resto sta scritto sul libro. Lennon: l’iconoclastia. McCartney: la melodia. Harrison: l’evoluzione personale. Starr: gli ho detto: “Ringo, hai scritto troppo poco nei Beatles!” Mi ha risposto: “Don’t pass me by!”
 
Il cd allegato al libro – dal titolo Rifrazioni - ti vede alle prese con sette classici beatlesiani rivisitati al pianoforte. Per quale motivo questa solitudine esecutiva?
Per fare, appunto, rifrazione. Doveva essere un soliloquio, un de-pensamento. Il pianoforte è uno dei pochissimi strumenti che non pone limitazioni tecnico-riproduttive, né vincoli di scelte. Ho fatto le mie considerazioni, musicali, le ho espresse. Mi rendo conto che possa essere molto difficile per chi è abituato a sentire una band valutare i percorsi che segue un pianista che non fa repertorio. Ma, credo, il problema della storia dell’arte stia proprio qui: abituare ad una fruizione che non consenta di appellarsi al consolidato. Qui l’ho fatto da sornione: vuoi sentire Eleanor Rigby? Eccola. Ora però sta a te decodificare il pensiero musicale che sta dietro a questo canovaccio, a questo pretesto. È una proposta, quasi una sfida.
 
I brani provengono prevalentemente dagli 'studio years', proprio quelli durante i quali gli arrangiamenti diventano sempre più ricchi e ricercati. Una bella sfida rielaborarli al pianoforte...
Mi ricollego a quanto detto prima: è tutto uguale. Puoi prendere un pezzo con due accordi, o con duecento. Dipende da dove devi andare. E sottolineo il verbo “devi”. Quando un’idea, una tensione artistica, s’impossessa di te, la segui. Ti metti al suo servizio per realizzarla.
 
Il brano di chiusura Over And Over è tuo: quali sono i legami col mondo beatlesiano?
È un omaggio, come scritto, a John Lennon, George Harrison e George Martin. All’altrove.
L’ho incluso perché, anche se non sta a me dirlo, credo sia la cosa più bella che io abbia mai suonato. E sottolineo suonato: è un’improvvisazione, non sarei in grado di eseguirla di nuovo. È una sorpresa, anche per me.
 
Ti cimenterai in futuro con un Inside Lennon etc., dedicandoti alle carriere soliste?
Chi può dirlo? Incominciamo a diffondere a dovere questo libro con cd, magari con l’adeguato tam tam... il seguito verrà da sé!