Trent'anni di Afterhours

Presentato alla stampa “Foto di Pura Gioia Antologia 1987-2017”, il nuovo lavoro che celebra trent’anni di carriera degli Afterhours, in uscita il 17 novembre. Il 10 aprile il gruppo proseguirà i festeggiamenti con una data unica al Mediolanum Forum di Assago (Milano)
di Leonardo Follieri
13 Novembre 2017
«È una foto che mi ha fatto mio padre quando è tornato da un viaggio in Africa». E adesso la foto di Manuel Agnelli da bambino è anche la copertina di Foto di Pura Gioia Antologia 1987-2017, nuovo lavoro in uscita il 17 novembre, che celebra trent’anni di carriera degli Afterhours.
Inizia così l’incontro con la stampa di Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo presso la Universal di Milano.
 
Manuel Agnelli da bambino in atteggiamento da duro è il manifesto di un nuovo lavoro che ripercorre una storia, partita da prima del 1987, da quando il leader degli Afterhours è cresciuto ad Abbiategrasso, nei pressi di Milano (casa sua è infatti appena visibile sullo sfondo).
Un’infanzia felice che ricorda con piacere. Un percorso di crescita dove sono state importanti le radici. E dove nello scatto di copertina si vedeva ritratto con una finta pistola nella fondina perché il padre gli aveva portato questo regalo da uno dei suoi viaggi in Africa. Il padre di Agnelli andava infatti spesso lì a trovare suo padre e suo fratello che sono vissuti per lungo tempo in Africa.
«Una foto che ho trovato un po’ di tempo fa e che ha ispirato Quello che non c’è, il disco dal quale ero ripartito quando avevo cercato di riprendermi dopo un periodo difficile» – racconta il frontman degli Afterhours.
Le radici sono importanti, tanto che a un certo punto l'artista ricorda: «Ho scoperto una cosa pazzesca: Springsteen ha detto nella sua autobiografia che nei momenti di crisi prendeva la macchina e guidava intorno a casa di suo padre un po’ di volte e poi se ne andava. Io facevo la stessa cosa... ma questo da anni, prima che Springsteen pubblicasse la sua biografia (ride, ndr)! A me serviva per dire che esistevo anche prima. Per dire di essere stato bene e che ho avuto un’infanzia felice».
 
La foto sul retro è un po’ il “seguito” ed è legata alla fase di Germi, l’album del 1995 con il quale gli Afterhours abbandonano la lingua inglese: «Il periodo di Germi è stato un modo per strappare le radici ed è stato liberatorio, personalmente rivoluzionario – commenta Agnelli. – La prima metà degli anni ’90 per noi sembrava davvero una fase di cambiamento e storicamente lo è stata. Mani Pulite, da poco era caduto il muro di Berlino […] e poi i Nirvana primi in classifica in Italia».
 
Foto Di Pura Gioia contiene 4 dischi con 76 tracce, oltre che un libro scritto da Federico Fiume per la versione deluxe dell’album e che raccoglie interviste e immagini, per la maggior parte inedite, di questi trent’anni.
Un recupero importante sia per alcune demo, tipo quella di Male Di Miele del 1996 registrata da Manuel Agnelli poco dopo averla scritta e in un inglese maccheronico, sia per la versione live acustica incisa negli Stati Uniti di Pelle, giusto per fare due esempi. E poi è un recupero importante anche perché stava per andare tutto distrutto l’archivio stesso degli Afterhours, in quanto quella che era stata la loro sala prove per dieci anni è stata distrutta da un incendio. Quasi un segno del destino che poteva significare non guardare sempre avanti, ma soffermarsi e salvaguardare ciò che si è fatto nella propria storia.
 
Manuel Agnelli ha definito scherzosamente Foto di Pura Gioia un “mattone”, «perché – spiega – abbiamo fatto un qualcosa di concreto e la necessità di razionalizzarlo come un oggetto fisico serviva soprattutto a noi».
Il “mattone” è stato introdotto da Bianca, in una versione inedita cantata con Carmen Consoli e già disponibile dal 27 ottobre. «Dopo averla suonata in studio in realtà ci siamo detti “è bella, è molto bella”. E ci siamo fatti un po’ di nomi su chi poteva essere in giro con un senso molto forte e ancora presente e che avesse fatto un percorso simile al nostro. C’era Daniele Silvestri, nostro amico, e comunque nel finale c’è se ve ne siete accorti. La voce ripetuta è sua. Cantare questo pezzo con Daniele però “era un po’ così” (ride, ndr)!
Invece Carmen era perfetta perché non avevamo mai collaborato, anche se ci siamo incrociati tante volte. Il pezzo è molto delicato e lei poteva dargli quell’eleganza in più. È una voce comunque “antica” quella di Carmen e lo dico in maniera molto positiva. È una voce forte, ha un timbro, una riconoscibilità. Abbiamo scelto lei perché abbiamo fatto percorsi paralleli senza mai incrociarci. Ci sembrava la persona più adatta per i 30 anni per dare un senso celebrativo per rappresentare questo percorso. Abbiamo in realtà inediti tipo un paio da Folfiri o Folfox (ultimo album di inediti del 2016, ndr), ma non aveva senso per questa storia.
Chi doveva ascoltare queste cose le conosce molto molto bene e il pubblico nostro le conosce. Ed è chiaro che noi vogliamo arrivare anche a chi ancora non ci conosce».
 
Il percorso degli Afterhours in questi trent’anni non ha mai toccato direttamente la tv e anzi si è ritagliato il suo consenso al di fuori del mezzo televisivo con i soliti pro e contro: «Ho scoperto che abbiamo passato molto poco alla generazione successiva, rispetto a quanto la generazione prima di noi ha comunicato a noi – sostiene Agnelli. – A noi ci ha comunicato la controcultura, l’autoproduzione e il fatto di poter pensare alla musica come modo di vivere e non solo come modo professionale o per far carriera...»
La tv però ormai è una nuova costante di Manuel Agnelli, visto che per il secondo anno consecutivo è uno dei giudici di X Factor e quindi la parentesi, prima di parlare d’altro, è d’obbligo: «Per gran parte del pubblico del programma io non ero mai esistito. E mi ha fatto pensare al fatto che le cose che abbiamo dato per scontate come Afterhours, in realtà non lo erano. E questo quindi lo abbiamo fatto anche per comunicare questa cosa e quindi ci sono stati questi trent’anni anche senza essere passati dalla televisione. Noi siamo riusciti a vivere trent’anni anche senza televisione ed esiste una vita anche al di fuori di lì».
 
L’altra grande celebrazione dei trent’anni di Afterhours sarà quella del 10 aprile al Mediolanum Forum di Assago (Milano) per un’unica data che chiuderà i festeggiamenti, dopo il tour antologico conclusosi a settembre (i biglietti per la data al Forum sono già in vendita su Ticketone.it). Il gruppo promette che ripercorrerà momenti diversi del proprio percorso, non necessariamente suonando tutto un album in particolare, ma con una scaletta ragionata. «Avremo molti ospiti, alcuni dei quali saranno ex Afterhours. Sarà più un concerto che uno spettacolo. Abbiamo visto Nick Cave l’altra sera e quello è il concerto che mi piacerebbe fare – dice Manuel Agnelli. – Il concerto di Nick Cave dell’altro giorno è stato uno dei più belli della mia vita: senza una produzione galattica, con un contatto col pubblico e una libertà interpretativa e una produzione “antica” che adesso non si vede più. Adesso ci sono i ledwall, tutto computerizzato [...]. Lì non c’era niente di tutto ciò. È stata una messa blues.
Il pubblico era in religioso silenzio, cosa che in Italia è più unica che rara».
 
La storia sarebbe stata diversa per gli Afterhours se “avessero riempito Wembley”? La battuta è ricorrente in quest’incontro. E Manuel Agnelli ricorda come spesso la credibilità in Italia ma anche nel mondo viene attribuita solo a chi “fa gli stadi”, un po’ come il discorso della tv.
 
Eppure c’è un’altra storia, quella del ’90, quando gli Afterhours vengono avvicinati dalla Geffen, mentre erano negli Stati Uniti, che avrebbe potuto modificare forse il percorso del gruppo: «Era il ’90 – ricorda Agnelli. – C’erano già due articoli usciti su Alternative Press per All The Good Children Go To Hell (mini LP del 1989, ndr). NME ci aveva dato invece 8/10, ma diceva che i testi erano troppo romantici, non ricordo bene che parola avevano usato. “Grande rock, grande band” avevano anche scritto, ma io ci ero rimasto male per il discorso sui testi e allora iniziai a scrivere During Christine’s Sleep, che erano testi più elaborati per un ragazzo di 22-23 anni.
Mi sono chiesto più volte che cosa sarebbe accaduto, dopo essere stati avvicinati dalla Geffen che all'epoca non aveva ancora messo sotto contratto i Nirvana, però saremmo dovuti andare a vivere là. Gli Stati Uniti non si affrontano dall’Italia, devi andare là. Un tour negli Stati Uniti, se dura poco che fai venti date, dura due mesi. È un continente e te lo giri tutto. Saremmo cresciuti prima, avremmo forse venduto molti più dischi, forse saremmo rientrati qua con ponti d’oro e tappeti rossi, però alla fine saremmo stati meno significativi sia là che qua e invece qua mi sento di dire presuntuosamente che insieme ad altri siamo stati protagonisti di un momento storico importante».
 
«Io che ero un ragazzino problematico e ora sono un vecchio problematico ho sempre cercato delle cose che mi raccontassero perché e spesso le ho trovate in canzoni non solari. E questa cosa mi consolava, non mi faceva sentire solo.
Abbiamo fatto un percorso di musica “ostica” perché quello che ci serviva per stare meglio» spiega in conclusione quel bambino con l’atteggiamento da duro, ormai diventato negli anni un uomo sempre più consapevole.
 
 
P.S. = Durante i saluti finali c’è tempo per chiedere a Manuel Agnelli se magari dopo i trent’anni c’è la possibilità che vengano rimasterizzati alcuni album, anche tra i primi in inglese. «È un grande lavoro. Ci sono tante cose che mi piacerebbe riascoltare come During Christine’s Sleep per esempio. Adesso abbiamo i nastri che si sentono già meglio e poi c’è il mastering. All’epoca per noi poveri disgraziati si usava vinile riciclato e la qualità dell’audio era davvero scadente... vedremo... magari per i quarant’anni!»