Snob, ma solo per caso

La provincia, la malinconia e molto altro ancora in "Snob", il nuovo disco di Paolo Conte presentato ieri nella celebre cantina Giacomo Bologna di Rocchetta Tanaro (AT)
Di Roberto Caselli
14 Ottobre 2014
Ieri, nella piovosa landa monferrina di Rocchetta Tanaro, ospiti della celebre cantina Giacomo Bologna (chiunque non l’abbia ancora fatto, assaggi subito il Barbera doc Bricco dell’Uccellone), Paolo Conte ha presentato il suo ultimo lavoro: Snob. Quindici canzoni che smentiscono in modo deciso il timore di una sua paventata crisi di ispirazione e un titolo che, nonostante suoni strano per un personaggio schivo e “un po’ orso” come lui stesso ama definirsi, si adatta perfettamente alla costruzione di un ennesimo, centratissimo, quadretto di provincia che racconta di un tentativo di seduzione, iniziato con ostentata eleganza, ma ben presto disperso nella genuinità più sanguigna e consona della gente di provincia. “Noi di provincia siamo così, le cose che mangiamo sono sostanziose come le cose che ci diciamo, le cose che cantiamo vanno bene per i soldati e i muli”.
La provincia, vecchio privilegiato punto di osservazione che Conte ha assunto fin dall’inizio della sua scrittura, in questo disco si espande ben oltre la sua Asti, deborda fino a coinvolgere l’Africa e il Sud America che non hanno certo bisogno della globalizzazione per inserirsi in un mondo di ansie e desideri che riguardano l’amore e la realizzazione delle proprie fantasie.
“Quello che molti nelle mie canzoni hanno scambiato per esotismo” - dice Conte durante la conferenza stampa - “non è nient’altro che la voglia del diverso e il pudore di non scoprirmi troppo nel mondo in cui vivo. Molti mi hanno definito come il cantore della provincia, ma in realtà la provincia per me è una grande maestra. Qui la gente ha più spazio a disposizione, non è così ammassata come in città e questo mi permette di cogliere con più facilità i tic e le fantasie dei singoli che derivano da una realtà meno libera di dare sfogo alle proprie esuberanze e alle proprie frustrazioni”.
La provincia di Conte è molto caratterizzata e tutto sommato un po’ retrò, un luogo in cui si muovono personaggi e accadono situazioni di cui ci si chiede legittimamente se esistano ancora. “La provincia è sempre un po’ più indietro rispetto alla metropoli, per cui ciò che è già accaduto nella grande città è spesso ancora oggetto di desiderio nelle zone più periferiche. Questo lascia ancora spazio al desiderio di emulazione dettato dalle stesse ambizioni di un tempo, tentativi poco metabolizzati di stare à la page che trovano spesso realizzazione in modo goffo e talvolta addirittura grottesco, per cui in realtà cambia poco rispetto al passato. Il progresso procede ovunque, ma il gap tra città e provincia rimane sempre difficile da colmare”.
 
Nel disco si coglie ancora una volta una sorta di malinconia aleggiante.
“Si, c’è un po’ di malinconia, ma mai tristezza. La malinconia è un aspetto che riguarda tutta la mia generazione. Io sono innamorato degli Anni ’10 e ’20 e quando si guarda al passato è quasi inevitabile che ci si scontri con la malinconia”.
Nella costruzione delle proprie canzoni Conte si è spesso definito un buon artigiano, quasi si voglia rifiutare di adattarsi a un nuovo modo di fare musica che si avvale di arrangiamenti elettronici, suoni campionati e mille altri accorgimenti. “Preferisco il termine artigiano perché definirmi artista mi fa paura. Per me arte è una parola grossa di cui oggi si abusa abbondantemente. Certo, quando dico artigianato mi riferisco ai maestri di questo genere, alle persone che hanno delle regole e non ne prescindono. Nella musica ho conosciuto cantautori di grande cultura; gente come Guccini, De André e De Gregori hanno scritto grandi canzoni perché a sorreggerli c’è sempre stata un’attenta conoscenza della poesia, della letteratura, della politica e per questo non hanno mai improvvisato niente. Ora mi sembra che tutto sia peggiorato, le canzoni non hanno più una ricerca melodica, nella musica si muove un sacco di gente che cerca solo un mestiere, ma direi che più in generale tutta l’arte, così come la politica sta vivendo un momento di crisi. È necessario che appaiano sulla scena personaggi di grande spessore perché possano cambiare le cose. Devo dire che sono abbastanza pessimista”.
 
Se le canzoni del disco sono di grande respiro melodico, un elemento da cui Conte non riesce a prescindere, i testi invece, come ormai succede da tempo, non si intrecciano più a costruire storielle strutturate come una volta, ma preferiscono dare degli accenni, degli imput che poi toccherà all’ascoltatore sviluppare secondo la sua sensibilità e la sua storia personale. Via via si presentano brani come Si sposa l’Africa in cui c’è un tentativo di conciliare l’antico con il moderno: “E’ una canzone pensata come se la ritualità e la magia del passato si sposassero con gli aeroplani e i telefonini di oggi. In realtà questa canzone l’avevo concepita per un cartone animato, ma poi le difficoltà economiche di realizzazione me lo hanno impedito e così è rimasto solo il testo musicato”. A rincorrersi sono sempre personaggi bislacchi come La donna dal profumo di caffè (“Si, il caffè ricorre spesso nelle mie canzoni, un po’ perché è una parola che si presta facilmente a una rima, un po’ perché mi piace davvero, e fra tutti preferisco quello brasiliano che trovo meno forte pur senza perdere l’aroma”), Incontro (“Io ingannato dal sole ti ho intravista per la strada, ma ho creduto che tu fossi un gatto d’estate che vaga e insegue un romanzo suo”) e poi molto altro, con divagazioni spagnole/genovesi in Maracas e tedesche in Glamour, sempre pregno di una grande ironia e di affettuosità, come sa dispensare un vecchio saggio che guarda dalla finestra e sorride sulle bizzarrie del mondo.