Ho vomitato canzoni

Sting racconta “The Last Ship”, il tour con Paul Simon, la reunion dei Police. E promette: «Non diventerò come Mick Jagger»
Di Claudio Todesco
13 Novembre 2013

Ha spalle da nuotatore e capelli da marine. Indossa una t-shirt bucherellata trasandato-chic. Ha il fare dell’intellettuale rock: è conciso, concreto, colto senza darlo a vedere. Entra nella saletta dove lo attendiamo, saluta, stringe mani, dice qualche parola in italiano. È gentile, garbato, disponibile. È qui per parlare di The Last Ship, il suo primo di disco di inediti da dieci anni a questa parte. Quando nel 2003 uscì Sacred Love aveva tutta l’aria della pop star impegnata ad allungare la propria agonia artistica. Da allora, niente è stato più come prima. Si è imbarcato in progetti colti, ha suonato musica classica e medievale, ha riscoperto il folk. Ha fatto tutto tranne il rocker. È vero, ha rimesso in piedi i Police, ma è stato per una breve stagione, un tour mondiale, soldi e applausi, poi basta. Nemmeno un’ombra di nostalgia per un’epoca d’oro svanita per sempre.

The Last Ship è un disco, ma anche un musical. È la rielaborazione poetica dei ricordi d’infanzia del cantante cresciuto a Wallsend, nel nordest dell’Inghilterra. Lì, in fondo alla sua vita, stavano i cantieri navali della Swan Hunter. Su di essi contava un’intera comunità che è andata in crisi quando i cantieri hanno chiuso. Nel musical, in cerca di riscatto, i protagonisti costruiscono un’ultima nave e prendono il mare verso chissà cosa. Questo racconta The Last Ship. Il disco lo fa in modo sfumato accostando vignette e storie di vita dei protagonisti. Fa appena intravedere la narrazione che sarà la colonna vertebrale del musical che andrà in scena nel 2014 negli Stati Uniti. Il debutto a Chicago e poi, se va tutto bene, Broadway.

Sting si siede a capotavola. Attorno a lui, Jamonline e altri quattro giornalisti. Racconta: «Quando ho iniziato a scrivere The Last Ship la musica è arrivata di getto. È come se avessi vomitato canzoni. Erano dentro di me da troppo tempo ormai, dovevo solo farle uscire. Erano otto anni che non scrivevo. Ho dovuto fare una forzatura: ho tolto di mezzo il mio ego e ho preso a raccontare storie attraverso le voci di altri personaggi. Facendolo, ho finito per raccontare anche la mia, di storia. Più di quanto intendessi fare».

Cosa ci puoi dire dei musicisti che hai coinvolto?

«È un disco sulla mia città natale, era essenziale che la musica lo riflettesse. Da vent’anni uso un gruppo di strumentisti tradizionali provenienti dalla zona di Newcastle. Li ho invitati a casa e abbiamo esplorato assieme linguaggio musicale che avremmo usato nell’album».

Esiste una variante locale di folk, lassù nell'Inghilterra nordorientale?

«Il folk del Northumberland esisteva prima della massiccia ondata di immigrazione del XIX secolo, ma è ovvio che ha incorporato le influenze celtiche portate dagli immigrati scozzesi e irlandesi – la mia famiglia faceva parte di quest’ultima comunità. Ma non è l’unica tradizione a cui mi richiamo in The Last Ship. Si tratta pur sempre di un musical, ci sono elementi tipici della tradizione della musica per il teatro, da Rodgers & Hammerstein a West Side Story, da My Fair Lady a Kurt Weill. Ho cercato di fondere il folk con una musica più cromatica».

Conoscevi Brian Johnson prima di coinvolgerlo nella realizzazione del disco?

«Non lo conoscevo bene, ma l’avevo visto cantare a Newcastle prima che si unisse agli AC/DC. Adoro la sua voce. La madre è italiana, il padre è delle mie parti ed era sergente maggiore dell’esercito. Ecco com’è nato quel modo di cantare: un urlo operistico. Perfetto per il ruolo che gli volevo assegnare».

The Last Ship è anche un disco sulla crisi economica, un tema quanto mai attuale...

«Hanno appena chiuso un cantiere navale nel sud dell’Inghilterra. Anche lì, un po’ come nella mia città, costruivano navi da cinque secoli. L’esistenza stessa della comunità era legata all’attività dei cantieri. Tolto il lavoro, la comunità è stata annientata. La mia teoria è che senza comunità non c’è economia. Altrimenti l’economia resta una nozione astratta».

È strano sentirti parlare di comunità. Ti ho sempre immaginato come un individualista...

«È il paradosso di questo disco. Ho speso tantissima energia per scappare da una comunità a cui non sentivo di appartenere. Non volevo lavorare nei cantieri, perciò ho studiato duramente, ho imparato a suonare e alla fine sono  riuscito ad andarmene via. Ironicamente, oggi investo altrettanta energia creativa per tornare idealmente nel luogo da cui sono fuggito. Sentivo la responsabilità di raccontare questa storia. Ho i titoli per farlo perché la posso osservare dall’esterno: finché fai parte di una comunità, non riesci a capirla fino in fondo».

Ci sei tornato di recente?

«Sì, lì ho registrato parte del disco. E ci sono tornato per presentare un’anteprima del musical. Ho invitato alcuni operai dei cantieri navali ad assistere alla performance. Ero preoccupato del loro giudizio. Temevo dicessero che era roba terribile. E invece mi hanno detto che è importante che qualcuno racconti quella storia, e che la racconti bene come sto facendo io. Mi ha dato il coraggio per proseguire col progetto».

Quindi anche Sting ha bisogno di approvazione?

«Certo che sì. Avevo bisogno dell’appoggio della comunità».

A che punto è la lavorazione del musical?

«Il cast e la sceneggiatura sono pressoché completi. Stiamo costruendo le scenografie. Debuttiamo il 10 giugno a Chicago. Se le cose vanno bene, ci attende New York e poi... e poi La Scala [ride]».

Le canzoni del musical hanno arrangiamenti diversi da quelle dell’album?

«Il disco contiene il materiale grezzo dal quale è stato plasmato il musical. Nel frattempo alcuni personaggi sono spariti, la natura delle canzoni è mutata. Sai, quando scrivi un musical il materiale è in costante evoluzione: ogni personaggio, ogni canzone deve lottare giorno dopo giorno per restare in vita. È spaventoso e allo stesso tempo eccitante».

Provi una qualche forma di empatia per il protagonista di Practical Arrangement e di I Love Her But She Loves Someone Else?

«Certamente sì. Ha la mia età e s’innamora di una donna che ha la metà dei suoi anni. Non che io l’abbia fatto... finora. È sempre una cosa tragica. Ma a proposito di cambiamenti, il protagonista di quei pezzi non è più incluso nella sceneggiatura: il drammaturgo ha voluto un personaggio più giovane e virile».

Quando canti di amore non corrisposto pensi a qualcuno in particolare?

«L’amore romantico è metafora di una brama dello spirito. Canto dell’eterno femmineo, non di una donna in particolare. È qualcosa di misterioso, fuori dalla mia portata. Niente di nuovo: prima di me ne ha già scritto un certo Dante».

The Last Ship è costruito anche in base ai tuoi ricordi d’infanzia: qual è il tuo rapporto con la nostalgia?

«Tornare al passato e ripensarlo in modo poetico è un atto creativo. Sono nato in un contesto interessante, surreale. Per buona parte dell’anno in fondo alla mia strada potevo vedere una qualche gigantesca nave in costruzione. In una canzone ne parlo come di montagne d’acciaio più alte delle case. Oscuravano letteralmente il sole. La nave ha un forte significato simbolico, per me: è metafora di speranza, paura, morte, lavoro, identità. Non solo. La fine dei cantieri navali è anche una metafora della scomparsa dei miei genitori: sono morti nei giorni in cui l’industria navale veniva dismessa».

Ecco, la morte. Ne canti in Dead Man’s Boots, in Ballad Of The Great Eastern, in So To Speak...

«È un prodotto della riflessione sulla mia mortalità. Non che sia pronto per andarmene [ride]. È un tema che attraversa tutte le arti e che sento vicino, ora che ho 62 anni. Quanti anni mi restano da vivere? Meno di quelli che ho vissuto. La morte mette in modo la creatività».

Fra il febbraio e il marzo 2014 sarai in tour negli Stati Uniti con Paul Simon. Di chi è stata l’idea?

«Di Paul. Vive nell’appartamento sopra il mio, a New York. Una sera è sceso e ha proposto di fare un tour assieme. Lui farà qualche mia canzone, io qualcuna delle sue, canteremo assieme. È un esperimento, non so che cosa verrà fuori».

Quali canzoni di Paul ti piacerebbe interpretare?

«Ci siamo già esibiti assieme un paio di volte in passato. Abbiamo fatto assieme The Boxer. Canto nello stesso registro di Art Garfunkel. Sono Stingfunkel. Per me è facile cantare i suoi pezzi. È più problematico per lui fare i miei, ma è un problema che risolveremo».

Pensi che Paul Simon sia un buon esempio di come un singer-songwriter può affrontare la terza età?

«Mi ha parecchio influenzato. Ha una penna molto letteraria. Alcune espressioni che ha usato nelle canzoni sono entrate nel linguaggio comune. È uno dei miei maestri. È un onore condividere con lui il palco. E poi condividiamo la natura musicalmente curiosa che ci porta ad esplorare nuove aree, suoni inediti, piuttosto che rifare sempre le stesse cose. Abbiamo lo stesso spirito».

Ti sei mai sentito parte della sottocultura rock?

«No, mai...».

Nemmeno alla fine degli anni ’70, quando iniziasti coi Police?

«Nemmeno allora. Né penso al rock come a una sacra reliquia da conservare. Non saprei nemmeno come definirlo. La musica è un campo molto più vasto e aperto. Quando ho cominciato ero un rocker, sì, ma mi considero un musicista. È la definizione che più mi piace».

È forse questo il motivo per il quale sei stati aspramente criticato, in passato?

«Presto il fianco alle critiche perché sperimento cose che forse sarebbe saggio non fare. Ma va bene così. Ho le spalle larghe».

Che musica ascolti, quali libri leggi in questi giorni?

«Sono uno che legge cinque o sei libri alla volta. Sto leggendo un volume su Re Harold e l’invasione normanna in Gran Bretagna. Uno sulla rivoluzione francese. Uno intitolato The Death Ship su un marinaio intrappolato in una nave. Che cosa ascolto? In questo periodo sento molta musica religiosa corale, come quella di Arvo Pärt. Generalmente tendo ad ascoltare musica per imparare, più che per godermela. Non è un’attività rilassante: finisco per analizzare l’armonia».

A proposito di musica sacra corale, conosci St. Luke Passion di Penderecki?

«Sì, meraviglioso. Ci sono molti grandi compositori polacchi».

Hai fatto dischi di ogni tipo. È rimasto qualche campo da esplorare?

«La musica è sconfinata. C’è sempre qualcosa da imparare sulla composizione, l’armonia, il contrappunto. Non c’è fine alla conoscenza. È un viaggio dello spirito che non ha mai fine».

Circola la voce che tu e Stewart Copeland abbiate parlato di una nuova reunion di Police.

«No, non l’ho più sentito. Avevo la sensazione che fare un tour di reunion coi Police sarebbe stata una buona cosa. Erano vent’anni che la gente ci chiedeva di rimetterci assieme e quello mi pareva il momento giusto, anche dal punto di vista economico. Se l’avessimo fatto più tardi non sarebbe stata la stessa cosa. Mi sono fidato del mio istinto e ho avuto ragione. Ma oggi non ho più la stessa sensazione circa la reunion».

Non ti manca esibirti di fronte a decine di migliaia di persone? L’amore della folla è uno dei motivi per cui continui a fare musica?

«Esibirsi in uno stadio è divertente, ma non sono obbligato a farlo. Mi va bene cantare anche in un pub o in un teatro, oggigiorno. Stare in una band è un po’ come far parte di una gang di adolescenti. Arriva un’età in cui ne vuoi uscire ed essere semplicemente te stesso».

Mick Jagger e Keith Richards non sarebbero d’accordo...

«Quel che fanno è fantastico [ride]. Ma non si possono separare. Se lo fanno, quei due vanno fuori di testa».

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