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Paolo Benvegnù

Dell’odio dell’innocenza
Black Candy Records
Una nuova prospettiva, l’ennesima ed originale, di un album targato Benvegnù
di Leonardo Follieri
20 Marzo 2020
Senza compromessi, se necessario duro, sicuramente poetico.
Si riassume così a primo impatto Dell’odio dell’innocenza, nuovo album di Paolo Benvegnù, caratterizzato da arrangiamenti meno sofisticati rispetto ai precedenti del cantautore e in cui sono le trame melodiche e i testi più diretti ed essenziali a fungere da protagonisti principali.
Benvegnù sostiene di aver trovato un cd con i demo dei brani incisi solo con voce e chitarra classica nella cassetta delle lettere di una scuola di musica che frequenta; il mittente era anonimo, invece il destinatario era indicato chiaramente e corrispondeva al cantautore. E allora il già frontman degli Scisma avrebbe deciso di fare propri questi pezzi con un cambio di etichetta, la Black Candy Records, e con una nuova band (fatta eccezione per il bassista Luca “Roccia” Baldini).
 
La determinazione nel perseguire la propria strada, fuori dalle logiche non necessariamente imposte ma largamente condivise dalla società in cui viviamo, è scandita da Paolo Benvegnù quando parla di rabbia, di amore e di qualsiasi altro sentimento partendo sempre dall’io e dalle sue convinzioni personali, forti ormai di tanta esperienza e di una carriera di circa trent’anni.
Il singolo che aveva anticipato l’album, Pietre, è già eloquente grazie a frasi come “il silenzio è la verità” nel ritornello e “io conosco gli umani e preferisco le pietre” in conclusione. Provando poi a scomporre il titolo del nuovo lavoro: nel mondo in cui viviamo l’odio ha preso il sopravvento, mentre l’innocenza in senso puro e ingenuo sembra non essere più contemplata, e allora giunge il momento di riprendersi il proprio spazio e il proprio tempo, come a voler riassumere ad esempio il brano in apertura, La nostra vita innocente, o, seppur con sfumature più forti, Infinito 1.
C’è posto anche per l’amore e per una dolcezza da raggiungere e da godere in Infinito 3 (“Adesso guardami negli occhi come se non ci fosse niente al mondo”) e se possibile, da mantenere ancor più salda, in Non torniamo più, e nella delicata ed essenziale Infinitoalessandrofiori in chiusura di album (“È la prima volta che non voglio morire”).
 
I brani di Dell’odio dell’innocenza sono ben collegati tra loro in una logica di continuità, ma senza il peso che si attribuisce sempre di più alla parola concept e senza l’obbligo di ascoltarli necessariamente in sequenza (sebbene sia vivamente consigliato).
Difficile immaginare un Benvegnù distaccato da Benvegnù stesso che si fa interprete, eppure la descrizione di come il cantautore sia venuto in possesso dei brani conferisce ulteriore valore al suo nuovo lavoro. E paradossalmente, con l’allontanamento dichiarato dal cantautore dai suoi pezzi, questi ultimi si avvicinano in modo più semplice all’ascoltatore, fornendo una nuova prospettiva, l’ennesima ed originale, di un album targato Benvegnù.
Una prospettiva che peraltro cambia di nuovo, pensando all’evoluzione degli eventi e al virus che sta travolgendo il periodo storico che stiamo attraversando: ancora una volta i brani del cantautore possono essere dunque (ri)attualizzati.