Micol Martinez, la donna di fiori

È la cantautrice emergente del rock d’autore italiano. Non solo... Dipinge, scrive versi, recita, veste la musica con parole importanti
Di Ezio Guaitamacchi
06 Maggio 2012

Sto bene solo quando scrivo e canto», diceva Amy Winehouse. «Quando scrivo e canto, anch’io sto bene», commenta con un sorriso Micol Martinez, 35 anni, professione cantautrice. Milanese di nascita e d’adozione («Ma quando ero piccola, per un po’ ho vissuto a Parigi», tiene a precisare), Micol ha esordito due anni fa con Copenhagen, un album di rock d’autore scarno e crepuscolare (prodotto da Cesare Basile) che l’ha segnalata come una delle realtà più promettenti della scena indie.
Oggi, si conferma con La testa dentro, lavoro altrettanto affascinante ma forse più maturo e consapevole. Certamente più sereno e lieve, a cominciare dall’immagine in copertina: Micol, con un cappello molto Seventies mordicchia divertita un pupazzetto di gomma. «In questi due anni ho trovato maggiore equilibrio», mi spiega, seduta davanti a un piattino di roast beef, in un ristorante del centro di Milano, «come dico nella titletrack, mi sono guardata dentro e ora sto meglio».
Le canzoni della Martinez, intimiste e riflessive, raccontano i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue inquietudini. «Sono ciò che canto», confessa candidamente. La sua musica, semplice e poetica, ha un elevato tasso di femminilità. E nonostante, in molti, l’abbiano paragonata a quella delle sue eroine rock (PJ Harvey e Patti Smith su tutte) l’arte di Micol mi ricorda assai di più quella della leggendaria Christa “Nico” Päffggen. Non che la Martinez sia una femme fatale. Tanto meno ha lo stile di vita spericolato o l’animo tragicamente tormentato della “bella Nico”. Eppure quando la senti interpretare la deliziosa Haggis (La testa dentro), brano d’apertura del nuovo album, o la ascolti sussurrare Questa notte, magari guardando le scene felliniane de Le notti di Cabiria su cui la ballata è stata montata, ti sembra proprio che, attorno, aleggi lo spirito di quel meraviglioso angelo biondo che, per qualche minuto, aveva fatto venire a Andy Warhol seri dubbi sui suoi gusti sessuali... La cosa buffa è che, a vederla struccata, Micol (fisico minuto, capelli castani e due occhi grandi che, allo stesso tempo, ti appaiono vivaci e malinconici) somiglia alla ragazzina della porta accanto e fa tenerezza. È la sua voce, timbro importante e impostazione corretta, a tradirla. Lei, che ha studiato recitazione, quando parla ti dà l’idea di essere forte e stabile. Poi, ascolti la sua musica e capisci che ha una personalità assai più complessa. Proprio come racconta in una delle canzoni più intriganti del primo lavoro, quella Donna di fiori che lei stessa considera la sua preferita. «Sono la donna di fiori / porto un ciclamino dentro la mia bocca / e ogni petalo che cade dalle mie labbra / è una bugia... Sono la donna di picche / dicono che sono bella e forte / che sono la morte...». Nessuna di queste donne, canta la Martinez, «può far del male».
«È un brano in cui ho dato sfogo alle mie emozioni intime, anche a quelle più tristi e dolorose», racconta. «La bellezza della musica è proprio questa: riesce a rendere tutto più radioso».
«Scrivo sempre quando sono a casa, usando la chitarra» spiega «e, nel momento in cui compongo, non penso mai a chi ascolterà i miei brani; anche se so bene che le mie canzoni piacciono, in particolare, alle donne». Per Micol, la parola ha un vero e proprio potere. «Sarà che vengo da una famiglia di appassionati di musica», spiega. «In casa si ascoltavano De Gregori, Fossati, Vecchioni, De Andrè: l’influenza è stata inevitabile».
Dopo aver iniziato a fare musica da piccolissima («Ho partecipato a una colonna sonora quando avevo 8 anni»), la Martinez si è dedicata anche ad altre passioni: in primis, pittura e recitazione. E se la prima è stata un po’ accantonata, la seconda è tuttora qualcosa di più di un semplice hobby. «Il teatro, più che il cinema, mi piace e mi è stato utile. Mi ha dato quella sicurezza indispensabile per fare musica».
Micol non è giunta al primo album per caso. Anni di collaborazioni (da Max Gazzé a Cristina Donà, da Garbo a Cesare Basile) hanno costituito quella gavetta indispensabile per ogni artista degno di questo nome. La Martinez sa anche che il bello deve ancora venire. «Il primo album ha ricevuto tante critiche positive», dice, «il secondo sta andando pure meglio ma c’è ancora tanta strada da fare».
Chissà se in futuro la versatilità artistica di Micol e le sue abilità espressive s’incroceranno in un progetto originale... «È una cosa che mi stimola... ma devo trovare l’idea giusta».