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Santana VS Fleetwood Mac

Un latin-blues sensuale, tra Londra e San Francisco
di Donato Zoppo
23 Gennaio 2017
L’equilibrio tra i vari gusti e le diverse provenienze dei singoli membri dei Santana passava anche attraverso la rilettura di classici blues o di pezzi di area latin: era l’unico sistema per testare la convivenza tra il desiderio di Carlos di emulare i maestri (B.B. King, Otis Rush, Buddy Guy, John Lee Hooker ad es.), l’attenzione di Michael Shrieve verso il jazz modale e i percorsi innovativi di Miles e Coltrane, il temperamento rock di Gregg Rolie e David Brown, l’esperienza nell’universo poliritmico latino-americano di Mike Carabello e Chepito Areas. Un esempio degli orizzonti dei primi Santana è nelle due cover del primo disco: Evil Ways di Sonny Henry e Willie Bobo e Jin-go-lo-ba di Babatunde Olatunji, rilette secondo l’inedita formula latin-rock. Accanto a queste, pezzi propri che sono il risultato di una serrata sintesi del fluviale materiale improvvisato in studio.
All’indomani del successo di Woodstock, una band ancora più affiatata e compatta lavora al secondo disco, in cui la cover guadagna spazio ma in un contesto completamente differente: quello del 33 giri, luogo “ideologico” ancor prima che fisico e vinilico, nel quale si perfeziona l’esperienza sonora figlia dei retaggi psichedelici. La prima facciata di Abraxas è esemplare, perché propone all’ascoltatore, già rapito dalla Grande Madre della copertina di Mati Klarwein, un percorso nuovo in un ambiente evocativo, esoterico, che si annuncia con i colori e l’atmosfera misteriosa di Singing Winds, Crying Beasts. Allo strumentale introduttivo, scritto da Carabello, segue una sequenza di cover, o meglio di rivisitazioni radicali di tre brani decisivi per la crescita del gruppo, sia in termini di popolarità che di fisionomia sonora. Il primo di questi arriva direttamente dal British Blues...
 
Il 1968 è l’anno del British Blues Boom. Un anno chiave, visto che da un manipolo di band inglesi emergono strumentisti che cambieranno il volto del rock, autentici testi base per l’interpretazione del blues in chiave europea, un nuovo modo di suonare con particolare attenzione al dato tecnico-esecutivo. Un ambiente competitivo che ispira anche i Beatles di Yer Blues nel White Album, dal quale trionferanno colossi come Led Zeppelin, Free e Jethro Tull; un milieu in cui operano, al di là dei maestri Alexis Korner e John Mayall nomi come Cream, Yardbirds, Chicken Shack, Savoy Brown, Ten Years After, gli stessi Long John Baldry, Keef Hartley e per alcuni aspetti i Colosseum. Una legione agguerrita, dalla quale spiccano i Fleetwood Mac.
Nati da questo fiorente clima londinese, i Fleetwood nascono come un’autentica costola dei Bluesbreakers: l’organico immediatamente successivo a A Hard Road è infatti composto da Peter Green, John McVie e Mick Fleetwood, che insieme a Jeremy Spencer debuttano su vinile il 24 febbraio 1968 con Fleetwood Mac. Tempo sei mesi e bissano con Mr. Wonderful, ma è interessante la loro prima pubblicazione americana nei primi mesi del 1969: si chiama English Rose ed è un’antologia esclusiva per gli States, in cui per la prima volta su Lp compare un pezzo uscito solo su 45 giri. Si chiama Black Magic Woman.
Il disco di debutto ha assicurato una buona popolarità ai Fleetwood, che la rafforzano un mese dopo, quando esce il singolo Black Magic Woman, lato B The Sun is shining. Buon piazzamento in classifica, presenza costante dal vivo anche come canovaccio per sviluppare gustose jam, Black Magic Woman è un classico rock-blues con formazione a due chitarre, basso e batteria. In omaggio a una sorta di clima psichedelico, e soprattutto al testo che evoca la pericolosa sensualità di una donna talmente magica da aver stregato l’uomo narrante, la band realizza un blues vagamente acido, con significative reminiscenze “latin” (il tempo di rumba a cui accenna Carlo Pasceri in Musica ‘70).
 
Qualche tempo dopo i Santana sono ai Wally Heider Studios, a San Francisco. È la primavera del 1970, il secondo album è atteso più che mai dopo la fama raggiunta a Woodstock, la band vuole tirare fuori il proprio “vero” sound e si avvale della complicità di Fred Catero come produttore. È Gregg Rolie a far ascoltare a Carlos quel pezzo fortissimo della band inglese, che si adatta perfettamente alle atmosfere che i ragazzi hanno in mente: Black Magic Woman piace tanto al chitarrista, che la accosta a All Your Love (I Miss Loving) di Otis Rush (1958), non a caso citata spesso da Peter Green come fonte di ispirazione. E così, rifacendosi a vecchi e nuovi maestri, al vecchio Otis e al giovane Peter, Carlos e la band immaginano Black Magic Woman come il passo successivo all’ingresso sinuoso in Abraxas: dopo l’incantesimo di Singing Winds, Crying Beasts entra in gioco una figura femminile, magari la stessa della copertina, che è maga nera ma anche regina zingara. Accanto alla cover di Black Magic Woman, in un’unica e travolgente sequenza, i Santana inseriscono Gipsy Queen di Gábor Szabó (tratta da Spellbinder del 1966), altra influenza cruciale per Carlos.
Il risultato è eccezionale, il pezzo di Green cambia completamente volto soprattutto perché immerso in un’atmosfera differente – dal singolo alla lunga durata dell’Lp – ed eseguito da un organico altrettanto diverso, in cui hammond, chitarra, basso e percussioni sono orchestrati con gusto e in un clima misterico e oscuro. Per non disperdere la malìa creata in Singing Winds, segue una intrigante introduzione di organo, dopo la quale Carlos si esprime alla perfezione con assoli suadenti e melodici, ben calibrati come tutta la band. Dopo la dirompente seconda parte con il pezzo di Szabó c’è la popolarissima Oye Como Va di Tito Puente, debitamente personalizzata, e la facciata A termina con un pezzo originale, quella Incident At Neshabur che lancia un ponte verso i futuri Santana jazz-rock e chiude questo itinerario visionario nel primo, vero grande manifesto di latin-rock.
La versione di Black Magic Woman dei Santana è la dimostrazione che si può presentare una propria identità musicale anche rivestendo in modo differente un brano altrui, innestando sul blues originale elementi jazz e latin, tanto da rendere il pezzo ben più popolare della pur nota versione dei Fleetwood Mac.