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Lynch vs Dylan

L’eclettico cineasta americano rievoca lo spirito di Hollis Brown
Di Roberto Vivaldelli
26 Settembre 2013

Il 13 gennaio 1964 esce l’album capolavoro The Times They Are A-Changin'. L’assassinio di Kennedy, la Marcia su Washington del ’63 con Martin Luther King, le proteste dei movimenti per i diritti civili. I tempi stanno cambiando, annuncia Bob Dylan dalla copertina dell’album, con uno sguardo imbronciato, pensieroso, severo. In cabina di regia c’è Tom Wilson, lo stesso che di lì a breve produrrà il debutto di Simon & Garfunkel Wednesday Morning, 3 AM e Freak Out! dei Mothers Of Invention.

Dopo soli tre mesi dalla pubblicazione di The Freewheelin’ Bob Dylan, il menestrello di Duluth torna in studio portando a compimento un lp per voce, chitarra e armonica dai toni accesi, polemici, ma anche dolenti e tragici come la storia raccontata in Ballad Of Hollis Brown.
Pensata per l’lp precedente ma poi scartata – la versione originale si trova su The Bootleg Series Vol. 9, The Witmark Demos: 1962–1964 (Columbia, 2010) – viene registrata nuovamente per The Times They Are A-Changin'.
Hollis Brown è un contadino che vive in condizioni disagiate in una fattoria del South Dakota. Un giorno, preso da cieca disperazione, decide di farla finita con tutto quel dolore divenuto ormai insopportabile: dopo aver ucciso moglie e cinque figli, si suicida.

«There’s seven people dead / On a South Dakota farm / Somewhere in the distance / There's seven new people born»
(In una fattoria del Sud Dakota / Ci sono sette persone morte / Da qualche parte in lontananza / Ci sono sette persone appena nate)

I conformisti bigotti avrebbero senza mezzi termini bollato Hollis Brown come un povero pazzo omicida, ma non Dylan: il menestrello punta il dito contro la squallida realtà dimenticata dell’America contemporanea, sfodera un flatpicking tagliente come i suoi versi e forgia la straordinaria Ballad Of Hollis Brown sul modello di Pretty Polly, una ballata folk tradizionale che amava suonare un paio d’anni prima nei caffè del Greenwich Village.

Sono molti gli artisti che nel corso degli anni hanno riproposto una loro versione del brano, tra cui Nina Simone, Leon Russell, Stooges, Neville Brothers, Stephen Stills, Entombed, The Pretty Things. Ma la più recente, pubblicata a quasi cinquant’anni dall’originale, è quella di David Lynch, fiore all’occhiello del suo secondo album The Big Dream (Sunday Best, 2013). «La mia è una forma ibrida e moderna di blues. Ritorno sempre al blues perché mi fa sentire bene», spiega il poliedrico regista americano. La sua rilettura di Ballad Of Hollis Brown è caratterizzata da un arrangiamento spettrale, rarefatto: la voce, solenne e vigorosa nell’originale, qui è lontana e sommessa, immersa in una fitta boscaglia di echi e riverberi. Le sonorità guardano più al rock, con una batteria lenta ma inesorabile e con basso e chitarra elettrica pronti a ripercorrere il tipico suono surf “malato” dell’amico Angelo Badalamenti (curatore delle colonne sonore dei suoi film). In pratica David Lynch ha trasportato lo spirito di Hollis Brown nella Loggia Nera o nei boschi misteriosi di Twin Peaks, conferendogli un macabro charme. Chissà se i puristi apprezzeranno le note sulfuree di questa cover? Certo è che il tema trattato nel brano sarebbe un ottimo spunto per una pellicola del regista di Mulholland Drive e Cuore selvaggio, anche se dalle ultime dichiarazioni pare sia improbabile un suo ritorno dietro la cinepresa.