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Lou Reed vs Spacemen 3

Gli Spacemen 3 omaggiano Lou Reed in "Ode To Street Hassle": dal poema urbano all’esperienza lisergica
Di Roberto Vivaldelli
29 Novembre 2013

Nel live Animal Serenade (Sire/Reprise) Lou Reed dà una definizione perfetta di una delle sue migliori composizioni: «Volevo scrivere un monologo adattato al rock‘n’roll. Qualcosa che avrebbe potuto essere scritto da William Burroughs, Hubert Selby, John Rechy, Nelson Algren con un pizzico di Raymon Chandler. Da questo mix ho ottenuto Street Hassle». Si tratta della traccia omonima dell’album del 1978, il secondo lp nella carriera dell’artista uscito per l’etichetta Arista, dopo l’addio alla RCA.

Street Hassle è una delle opere più brillanti dell’ex Velvet Underground, passata alla storia per essere uno dei primi album a impiegare la tecnica della registrazione binaurale – un metodo di registrazione “tridimensionale” del suono. Combina nastri di concerti fatti in Germania (Monaco e Ludwigshafen) e registrazioni in studio. Rispetto ai precedenti Coney Island Baby (RCA, 1976) e Rock And Roll Heart (Arista, 1976) l’atmosfera è generalmente più cupa e avvolgente, anche se non ci sono stati cambi di formazione e il produttore Richard Robinson è lo stesso.

Ambizioso e crudo quanto Berlin (RCA, 1973) l’album è cinico, tetro, autoironico, e ha nella già citata title track il gioiello più prezioso. Divisa in tre movimenti – Waltzing Matilda, Street Hassle, Slipaway – e caratterizzata da uno splendido arrangiamento d’archi di Aram Schefrin, è un vero poema urbano su New York, degno dei migliori Velvet Underground. A sorreggere la suite è un tema per quartetti d’archi su cui Lou Reed “recita” i suoi versi poetici, ossessivi, autentiche esperienze di vita vissuta nei bassifondi metropolitani.

In Waltzing Matilda viene descritta una donna che si diverte con un gigolò, decantando una versione inedita e antiperbenista dell’amore, del sesso e della prostituzione, degna del miglior Henry Miller. In Street Hassle la protagonista è una ragazza morta per overdose nella casa di uno spacciatore dove Reed mette in scena una scena di spietata emarginazione: «Lo sai, certe persone non hanno scelta / e non riescono mai a trovare la voce per parlare / una voce che possano definire propria così, la prima cosa che vedono / che dà loro il diritto di esistere / allora la seguono, e sai che si chiama… sfiga». Slipaway è una dichiarazione dolorosa e desolante di forzata solitudine – «L’amore se n’è andato via / e qui non c’è più nessuno / e non è rimasto nulla da dire» – ispirata dalla fine della storia d’amore dell’autore con il transessuale Rachel. In questa parte finale (dal minuto 9:02 a 9:39) è possibile anche sentire la voce – non accreditata – di Bruce Springsteen che parafrasa un verso di Born To Run. Un viaggio disperato e cinico tra storie di ordinaria follia newyorchesi.

Chi può essere così scellerato da poter pensare di fare una propria versione di questa poesia in musica? Nell’ordine, prima ci provano i Simple Minds nel 1984 con una cover finita sull’album Sparkle In The Rain; poi due ambiziosi ragazzi di Rugby (Inghilterra) che si divertono a sperimentare con la psichedelica più incline al rumorismo oltranzista di Stooges e Velvet Underground (guarda caso). Ed è proprio questa la versione che ci interessa.

L’opera seconda della band inglese Spacemen 3 si chiama The Perfect Prescription (Glass, 1987) ed è un racconto in musica di un trip indotto da acidi e LSD fra raga indiani, ambient, vibrazioni eteree, e un minimalismo che vuole trascendere e lo fa per mezzo della musica e della droga – Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To s’intitola non a caso un loro album del 1990. Seppur non si tratti di una cover nel senso stretto del termine, Jason Pierce – futuro leader degli Spiritualized – e Sonic Boom riprendono il tema centrale della suite di Lou Reed nell’omaggio dichiarato di Ode To Street Hassle sostituendo il quartetto d’archi con un basso pulsante e ipnotico. Su di esso un tappeto sonoro di chitarre riverberate e dilatate, e un sognante organo Farfisa. Ne accorciano notevolmente la durata e i tre racconti dell’originale spariscono, a favore di un suggestivo e immaginoso incontro con Gesù Cristo, apparso nel pieno del trip lisergico.

Se nell’originale si fa tappa tra i bassifondi umani, con Ode To Street Hassle si trascende verso altri mondi e orizzonti. Due esperienze sensoriali, in entrambi i casi, che meritano di essere vissute. Bastano un paio di buone cuffie.