Barbara Volpi

Barbara Volpi

All'inizio fu il verbo, e dunque ogni vita passa per una nota. Così unisco da lustri la passione per la musica e l'insegnamento dello Yoga. Il rock e la "OM", entrambi suoni primari, primordiali, imprescindibili. Mi innamorai dei Beatles e di Prince, ma con il tempo i miei gusti si sono induriti e fatti più pesanti. Un chiaro segno di senescenza all'incontrario. Il rock mantiene giovani, almeno nel cuore: trust it or die...

All'inizio fu il verbo, e dunque ogni vita passa per una nota. Così unisco da lustri la passione per la musica e l'insegnamento dello Yoga. Il rock e la "OM", entrambi suoni primari, primordiali, imprescindibili. Mi innamorai dei Beatles e di Prince, ma con il tempo i miei gusti si sono induriti e fatti più pesanti. Un chiaro segno di senescenza all'incontrario. Il rock mantiene giovani, almeno nel cuore: trust it or die...

Articoli

The Sub Pop Silver Jubilee

La storica etichetta di Seattle festeggia i 25 anni con un concertone gratuito
Di Barbara Volpi

Se il grunge ufficialmente si considera defunto a partire da quel lontano 5 aprile 1994 quando Kurt Cobain decise di spararsi una fucilata in testa, la sua memoria continua ad essere onorata dall'etichetta che fu l'artefice della sua genesi, ossia la Sub Pop. Fondata nel 1986 da Bruce Pavitt come la conseguenza naturale della sua fanzine 'Subterranean Pop' per dare una casa alle sue prime produzioni indipendenti (vedi la compilation 'Sub Pop 100' e l'EP dei Green River 'Dry As A Bone'), la label divenne strutturata quando anche Jonathan Poneman ne diventò socio concentrandosi sul business, mentre Pavitt continuò a gestire l'aspetto creativo. Poneman aveva anche finanziato il primo EP dei Soundgarden 'Screaming Life'.
Nel 1988 l'etichetta divenne il ventre generoso che nutrì band seminali quali Green River, Nirvana, Mudhoney, Soundgarden, Built To Spill, Dinoasur Jr, Earth, Hole, Tad, Sonic Youth, The Screaming Trees, L7, Babes In Toyland e Afghan Whigs (solo per citarne alcune), determinando il cosiddetto 'Seattle Sound'. La Sub Pop contribuì alla creazione del fenomeno del 'grunge' garantendogli l'humus underground in cui poté proliferare. Quando esso esplose a livello mass-mediatico con il passaggio delle band su major (in primis i Nirvana che lasciarono la Sub Pop di 'Bleach' per pubblicare 'Nevermind' con la Geffen) incominciò la parabola discendente delle etichette indipendenti e la scena del rock alternativo americano sarebbe definitivamente diventata mainstream
Oggi sabato 13 luglio 2013, per festeggiare i 25 anni di attività della label, la Sub Pop ha organizzato un evento gratuito nell'area di Georgetown a Seattle che vedrà come protagonisti i Built To Spill, i Mudhoney, J Mascis, i Feast, Greg Dulli, i Brothers Of The Sonic Cloth (la nuova band dei membri dei Tad), i Jack Endino's Earthworm, più altri gruppi meno conosciuti. Ci saranno birra a fiumi e le camice a scacchi tirate fuori dalla naftalina.
"I guess it makes me smile, I found it hard, it was hard to find, oh well, whatever, nevermind".

L'anniversario dei Beatles e lo specchio del tempo

56 anni fa Lennon e McCartney si univano in un "matrimonio" epocale
Di Barbara Volpi

La storia dei Beatles ebbe inizio sabato 6 luglio 1957.
In quella data, nella chiesa di St. Peter a Liverpool, in occasione della festa annuale della parrocchia, era in corso un'esibizione dei Quarrymen, un gruppo skiffle di cui era leader il sedicenne John Lennon. Ivan Vaughan, già compagno delle elementari di John ed ex componente della band, gli presentò il quindicenne Paul McCartney, all'epoca suo compagno di scuola al Liverpool Institute. Paul si presentò suonando Long Tall Sally di Little Richard e Twenty Flight Rock di Eddie Cochran. Durante le sue esibizioni, John usava cambiare parole e accordi a suo piacimento; oltre che dall'abilità di Paul alla chitarra, rimase quindi colpito dalla sua memoria, dato che ricordava alla perfezione i testi delle canzoni che eseguiva. Sebbene John ben sapesse che invitare Paul a far parte del gruppo avrebbe significato condividerne la leadership, si risolse ben presto a farlo entrare nei Quarrymen". (da wikipedia)
Ogni storia spesso inizia da un incontro casuale, talvolta insignificante. Il destino ha i suoi segreti per far sbattere il naso delle persone l'uno contro l'altro in modo da creare nuove trame e stravolgere il corso del tempo. Se Paul McCartney avesse avuto meno memoria, se magari si fosse ubriacato la sera prima e non fosse stato in grado di essere lucido davanti a Lennon, i Beatles non sarebbero mai esistiti. La storia in fondo è fatta da una infinita catena di insignificanti dettagli, anche quella della musica.
Oggi sono passati esattamente 56 anni da quel 6 luglio ed è di nuovo sabato.
Personalmente se mia madre non mi avesse comprato il 45 giri di 'Ob-La-Di Ob-La-Da' da suonare nel mangiadischi di plastica arancione quando ero appena approdata sul pianeta Terra, io non sarei qui a scrivere di musica. I Beatles sono stati il mio primo grande amore musicale e quando le mie amiche baciavano i primi ragazzi in spiaggia sulle note melense di Claudio Baglioni, io me ne stavo in disparte ascoltandomi 'gli scarafaggi' su un mangiacassette, sognando Londra.
A Londra riuscii a farmi mandare nel 1982 e al posto dei Beatles ci trovai due punk con la cresta che si scazzottavano da Wimpy, un rastafari con i dreadlocks che si fumava un joint su una panchina, e due gay vestiti come Boy George che si baciavano sulla bocca. Però quella esperienza fu determinante per la mia vita, e mi avrebbe aperto gli orizzonti verso il post-punk, il reggae e tutta la musica di plastica degli anni ottanta.
Anche Kurt Cobain amava i Beatles. Se il biondo cantante dei Nirvana non avesse apprezzato Lennon i pezzi intramontabili di 'Nevermind' non sarebbero mai stati scritti così, con quella magica immediatezza capace di entrare d'acchito nel cuore delle persone e 'Smells Like Teen Spirit' non sarebbe mai diventata un inno generazionale.
Questione di tempi. Nell'anno del Signore 2013 il verbo del rock è ancora veicolato dai 'grandi vecchi', coloro che ne hanno sentito il richiamo primario e hanno creduto che potesse cambiare la storia. In effetti l'ha fatto. L'altra sera ad ascoltare i Black Crowes dal vivo era presente una commistione di diverse generazioni, ma anche a vedere quella fenomenale band di metal post-apocalittico ed ulteriore che sono i Neurosis.
Vuole dire che nell'epoca del disfattismo ("Il web ha ucciso la musica, per il rock non c'è futuro, etc. etc.") ogni previsione razionale è scavalcata dal bisogno. Le persone di ogni età hanno l'esigenza di ascoltare un linguaggio che permetta loro di sentirsi vivi. Il fato non è sempre baro e fa i suoi giochi. Quando l'humus sarà sufficientemente maturo arriveranno altre alchimie a creare l'impensabile. La musica è la colonna sonora della storia intrecciata nella casualità dell' atto creativo. Io resto ottimista.

Sir Elton Stone Age

Dopo quella britannica, Elton John presenzia alla corte delle regine di Palm Desert
Di Barbara Volpi

Dopo Era Vulgaris che aveva purtroppo anticipato l'imbarbarimento dei tempi (The Decline Of Western Civilization per dirla alla Penelope Spheeris), i Queens Of The Stone Age si sono messi al lavoro per il nuovo album che dovrebbe uscire più avanti quest'anno. Oltre al principe Josh Homme e ai suoi fedelissimi Troy Van Leeuwen, Dean Fertita e Michael Shuman, saranno presenti il re Dave Grohl, il figliol prodigo Nick Oliveri, il redivivo Mark Lanegan, la pietra miliare Alain Johannes e due mega guest: il tenebroso Trent Reznor e (udite udite) Sir Elton John. La collaborazione, come già avvenne per John Paul Jones in occasione dei Them Crooked Vultures, è nata attraverso Grohl che ha incontrato Elton John a Londra. Volete sapere come? Guardate qui.

CHRIS-t-IAN

A quattr'occhi con il Gesù Cristo del grunge e lo sciamano del "culto" pagano
Di Barbara Volpi

Chris Cornell e Ian Astbury. L'uno il memorabile messia del suono di Seattle nell'epica Jesus Christ Pose, l'altro il sacerdote post punk dei Cult e reincarnazione (riuscitissima) di Jim Morrison nei Doors. Per natura non è mia abitudine guardarmi indietro; nel senso, ritengo che gli articoli scritti e le interviste fatte siano come i bambini: non ti appartengono e, una volta che li metti al mondo, devi lasciarli liberi di fare il loro percorso. Però nell'anno appena trascorso (il 2012, ebbene sì, siamo sopravvissuti ancora una volta all'Apocalisse) è stato foriero di questi due incontri speciali non tanto per il loro “effetto Amarcord”, quanto per il valore umano che hanno rivelato i personaggi in questione. Non solo icone rock dionisiache e sessuali dunque (giuro che questo pezzo non è scritto sotto l'influsso di un alterato picco ormonale, troppo anziana per questo), ma persone di valore, che hanno saputo riconvertire i loro percorsi intimi nelle aree d'ombra dell'esistenza, in una sentenza di crescita umana.

Chris dal vivo sembra un ragazzino. È del 1964, ma mette almeno dieci anni di meno. Nasconde i memorabili occhi celesti dietro un enorme paio di occhiali scuri, quasi a volere deviare l'attenzione dall'azzurro del cielo verso gli abissi della vita che lui ha toccato nella sua errabonda inquietudine. Dice di non essersi mai sentito a suo agio nelle vesti del famoso cantante dei Soundgarden e di avere una natura intimista e timida. Da qui il suo bisogno, ad un certo punto, di lasciare i fasti della band più hard rock del grunge per tentare la carriera solista.
Dal punto di vista commerciale i sui dischi personali sono stati un flop e hanno deluso i fan più assidui per deviare il gusto verso un pubblico che io durante un suo concerto ho definito “quello di Biagio Antonacci” (pieno di femmine modello “segretaria in calore”).
Cornell dal vivo sembra voler fare di tutto per nascondere la sua bellezza. Si stira la chioma selvaggia in un codino tirato sul capo, parla piano e in modo sommesso, e diventa loquace solamente quando ci tiene a rimarcare il fatto che il ruolo di Cristo del rock gli è sempre andato stretto, e che per questo a un certo punto per salvarsi psicologicamente ha dovuto rinnegarlo. Oppure si illumina quando parla della sua nuova famiglia (quella vecchia, compresa la figlia avuta da Susan Silver, ex manager dei Soundgarden e degli Alice In Chains, pare averla totalmente dimenticata) e dei due bambini avuti dalla seconda moglie. Un family man fatto e compiuto quindi, altro che dio degli eccessi.

Ian invece è ancora più interessante, perché unisce la forza della rockstar decaduta e resuscitata a quella del ricercatore esistenziale. Parla con cognizione di causa di politica e buddismo, sciamanesimo e musica, Inghilterra tatcheriana e America obamiana, dei Doors e dei suoi pellegrinaggi sonici nelle scene underground del pianeta (tra tutte, quella con la band sludge-stoner rock giapponese dei Boris). Ama il desert rock di Joshua Tree e non a caso, in un concerto dei Cult al famoso Paradiso di Amsterdam, ha voluto i Masters Of Reality come supporter omaggiando il suo amico Chris Goss (produttore del suo disco solista, nonché anche dell'ultimo album della band inglese) con un mazzo di fiori, definendolo come «suo guru e unico vero ispiratore».
Astbury ha una personalità complessa e parla con una voce nasale e nervosa, possiede il pungente senso dell'ironia inglese e non esita a mortificare se ritiene di essere associato ai soliti stereotipi. Se capisce (arguto com'è) che non gli chiedi di recitare il solito ruolo della rockstar sopra le righe e superi la sua naturale diffidenza, allora diventa un uomo dall'eloquio forbito e squisito, che sa inondarti di una cultura non superficiale maturata in una vita colma di alti e bassi non vissuta per interposta persona. «Sono morto metaforicamente cento volte» dice la fenice «e ogni volta sono risorto trasformandomi, perché la vita, come dice Gothama Budhha, è frutto dell'impermanenza». E intanto ti racconta di Manzarek e della sua passione per gli indiani americani, del suo impegno per la difesa dei diritti umani in Tibet e del Dalai Lama, della sua passione per i dischi della Southern Lord (etichetta di metal estremo e sperimentale) e per la cinematografia e fotografia d'autore (sta collaborando a un film di un'amica regista sugli stupri perpetrati all'interno delle riserve indiane).
Poi ti parla della crisi esistenziale che lo portò qualche anno fa sull'orlo del suicidio: «Ero uscito da una relazione difficile, i miei figli erano distanti, ero in crisi artisticamente e il mio migliore amico si era ucciso. Passavo le giornate chiuso nella mia casa di New York e uscivo solamente quando era buio per frequentare le ultime lezioni di un centro yoga e per camminare tra le strade della megalopoli, dove i grattacieli erano diventati le mie montagne».
Anche Ian dice che il suo bisogno di imbruttirsi e la sua scostanza con i Cult erano dovuti alla necessità di uscire da un personaggio da cui si sentiva intrappolato e soffocato. Ora ha trovato un nuovo equilibrio e il recente matrimonio con la cantante australiana Aimee Nash l'ha reso di nuovo un uomo felice.

Tra gli umanoidi ci sono le rockstar e ci sono le persone. Spesso le prime fagocitano le seconde fino ad ammazzarle. Alcuni non ce l'hanno fatta a salvarsi e hanno ceduto ai propri demoni (vedi Jim Morrison, Kurt Cobain, Layne Staley, ma la lista è lunghissima); altri riescono a farcela riscoprendo nel baratro il valore delle piccole cose, degli affetti veri e dell'integrità creativa. Siate felici di essere persone dalla vita normale. Non bisogna per forza cadere dalla stelle alle stalle per comprendere che la bellezza della nostra esistenza va cercata in quello che abbiamo qui, ora, proprio sotto il nostro naso.