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Il processo (bis) a De Gregori

La terra dei cachi e dei cantautori giudicati in base all’orientamento politico
Di Claudio Todesco
31 Luglio 2013

Lo ricordate il tempo in cui gli artisti erano irraggiungibili? Non c’era dialogo, se non attraverso dischi e concerti. Loro da una parte, noi dall’altra. In mezzo, una specie di muro invisibile. I più ostinati spedivano lettere a indirizzi raccattati chissà dove nella vaga speranza di ottenere una risposta. Le occasioni d’incontro erano rare e spesso fortuite. Niente Facebook, Twitter, Disqus. Noi sapevamo o credevamo di sapere quel che ci dicevano loro, mai viceversa. Non sembra preistoria?

Oggi li puoi insultare con un clic, gli artisti, comodamente a casa tua. E puoi avere la ragionevole speranza che ti leggano. Siamo tutti liberi, protetti dall’anonimato che ci permette di dare il peggio senza assumerci alcuna responsabilità. Liberi dall’imbarazzo di dovere guardare in faccia qualcuno mentre gli sputiamo addosso il nostro veleno, pronunciamo sentenze dall’alto della nostra infallibilità. E più sono estreme, queste opinioni, più ci sentiamo forti, avanti, moderni. Un tempo gli artisti li potevi idolatrare da lontano, ora li puoi disprezzare da vicino: privilegi del progresso tecnologico.

Fatto sta che la gente è andata fuori di matto dopo avere letto questa intervista in cui Francesco De Gregori dice alcune cose sulla sinistra italiana, spunti di riflessione che ti aspetti da uno non allineato come lui, a meno che tu non sia un militante di Lotta Continua che si è risvegliato dopo quarant’anni di coma. Dice De Gregori che si sente uomo di sinistra, ma a causa di questa sinistra e dei suoi «feticci del politicamente corretto» non sa se e cosa voterà la prossima volta – in febbraio ha optato per Monti alla Camera e Bersani al Senato. Dice pure che gli piace Papa Francesco e che ha trovato «inquietante» la campagna di Grillo.

Le si può condividere o meno, le cose che afferma, non è questo il punto. Il punto sono le reazioni del (Dio mi perdoni) «popolo della Rete». Tanti complimenti, ma anche una caterva di critiche spesso incentrate su un fatto: De Gregori ha i soldi, quindi è bene che stia zitto. Cito alla rinfusa (la sintassi è originale): «Votava comunista ma non credo che versava al partito parte dei suoi guadagni»; «Non sarà che votare a sinistra non fa più intelletual-chic?»; «Pensi a cantare e non dica che è di sinistra solo per vendere i suoi dischi»; «La gente è stanca [...] di questi attori della parola e della canzone che prendono troppi soldi»; «Ha mangiato coi soldi del PCI a feste dell’Unità e via cantando infinocchiando sti poveri italioti e ora ha anche da pontificare?»; «De Gregori è parte di un sistema che avvantaggia i ricchi, categoria della quale lui ne fa parte».

E poi ci sono quelli che non ce la fanno proprio. Non riescono a non legare politica e musica: la prima determina sempre la seconda. Le opinioni ricadono sulle canzoni. E allora: «Ora che la sua vena poetica si è esaurita ci fa sapere che è deluso da una sinistra che non esiste più»; «Con una battuta potrei dire che le batoste subite dal PD hanno in controluce anche origine da colonne sonore del nostro che più mosce è difficile»; «De Gregori è completamente fuori dal seminato, del resto non ha mai neppure toccato i piedi ad Antonello Venditti dei tempi d’oro, tipo Sotto il segno dei pesci».

La faccenda mi ha ricordato quel che accadde dopo certe interviste in cui Giovanni Lindo Ferretti si diceva «orfano di sinistra». Siamo in Italia, la terra dei cachi e dei cantanti giudicati in base all’orientamento parlamentare. Passerà mai? Nel 1975 avevo 6 anni, non ascoltavo De Gregori e anche se l’avessi fatto non avrei capito chi diavolo erano Pablo e il signor Hood. Li ho ascoltati dopo, i suoi dischi. Non ho mai percepito un tic sloganistico, un allineamento ottuso su testi partitiche, un’idea politica becera. Non l’ho mai considerato un cantautore politico. E infatti le sue canzoni hanno superato la prova del tempo che, si sa, è inclemente coi musicisti che fanno cronaca politica. Eppure eccoci qua a rimproverare a De Gregori di avere «abiurato in questa intervista il 90% dei testi delle sue canzoni sulla politica». Qualcuno ha persino rievocato con nostalgia il processo al Palalido. Gli iPad hanno sostituito le P38. L’ottusità è rimasta la stessa.