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Fleet Foxes

Shore
Anti-
I Fleet Foxes prendono i fan di sorpresa pubblicando il nuovo album "Shore", un lavoro che rappresenta un ritorno alle origini e soprattutto un ritorno alla forma canzone
di Luca Golfrè Andreasi
06 Ottobre 2020
(Robin Pecknold, Fleet Foxes; foto di Emily Johnston)
 
Il 2020 segna il ritorno a sorpresa dei Fleet Foxes che lo scorso 22 settembre hanno pubblicato il nuovo album Shore (attualmente solo in digitale, per la versione fisica bisognerà aspettare febbraio 2021). La compagine di Seattle ha iniziato a dedicarsi a questo quarto lavoro dopo il tour dell'album precedente, per ultimarlo poi nell'attuale 2020.
Le canzoni lunghe, stratificate e cangianti di Crack-Up del 2017 rappresentavano uno sforzo creativo notevole per le Volpi, anche se in questo modo avevano tradito in parte lo spirito intimo dell’indie-folk prevalentemente acustico che li aveva lanciati sui palcoscenici di tutto il mondo. Shore esprime invece un ritorno alle origini e soprattutto un ritorno alla forma canzone. Quindici piccole gemme dalle sonorità delicate, melodie eteree e groove a tratti cadenzati e decisi, che insieme compongono un album incredibilmente sinestetico ed evocativo: i suoni della natura, spesso presenti in intro e code dei brani aiutano l’ascoltatore ad immergersi in un vero e proprio viaggio, uno di quelli dove è più importante l’esperienza che l’arrivo, con la costante di un entusiasmo contenuto e placido, paragonabile alla quiete e alla maestosità che possono suscitare la contemplazione di un’alba sul mare o una passeggiata nella foresta. Il tutto è impreziosito e caratterizzato da melodie in grado di evocare malinconia e nostalgia, ma senza mai risultare tristi, anzi lasciando sempre spiragli di positività e speranza, come raggi di sole che bucano nuvole ingrigite.
 
Le atmosfere dell’album sono già sintetizzate perfettamente nei due minuti della suite di apertura Wading in Waist-High Water. Si prosegue con Sunblind, un’ode ai musicisti scomparsi che hanno ispirato il frontman del gruppo Robin Pecknold, da Bill Withers e Richard Prine a grandi del passato come Tim e Jeff Buckley, Jimi Hendrix e Otis Redding. Alcuni dei brani successivi riprendono atmosfere e stilemi dell’indie moderno, strizzando l’occhio ai più recenti Tame Impala, come nei brani Can I Believe You, Maestranza e Quiet Air / Gioia. Si fanno largo anche vocalità in stile Brian Wilson/Beach Boys per armonie ed orchestrazione nelle intime For A Week Or Two e Thymia. L’indie-folk acustico marchio di fabbrica delle Volpi torna prepotente nella sua delicatezza in brani come Featherweight, nella poetica ed introspettiva I’m Not My Season e in Going-to-the-Sun Road, dove figura un’inaspettata parte di fiati ispirata e calzante. L’album si conclude sull’eterea title track, il cui finale dilatato sembra quasi richiamare lo scrosciare delle onde sulla costa, luogo che può rappresentare sia un punto di arrivo che un punto di partenza, uno spartiacque a tutti gli effetti, dove lasciare il proprio passato e, consci delle esperienze, avventurarsi verso il futuro. In merito, Pecknold aggiunge: Vedo Shore come un posto sicuro ai margini di qualcosa di incerto, fissando le onde di Whitman che recitano 'death'. Tentato dall’avventura dell’ignoto, allo stesso tempo apprezzi il comfort del terreno stabile sotto di te”.
 
Potrebbe sembrare eccessiva la produzione musicale per un genere che fa della crudità del suono e dell’essenzialismo una bandiera, ma Shore è in verità un morbido abbraccio sonoro. Non ci sono picchi o momenti memorabili e, paradossalmente, è proprio questa la sua particolarità: un progetto omogeneo da ricordare e godere nella sua interezza, dove ogni canzone aggiunge un piccolo tassello a quello che risulta un album tecnicamente sublime ed emotivamente carico.